The elevator, tensione per un bel thriller italiano, meritevole di tornare al cinema di genere e di qualità

Di , scritto il 29 Luglio 2019
The Elevator

Un uomo viene stordito e si risveglia legato come un capretto dentro un ascensore.

Una donna lo fissa senza dargli spiegazioni. L’uomo, Jakc Tramell, famoso showman americano, ha mani e piedi legati ed un bavaglio alla bocca.

The elevator è quasi tutto dentro un ascensore. Violenza cerebrale, martellamento psicologico, segreterie telefoniche, telefoni ed allarmi che suonano, un ascensore che fa su e giù, teaser elettrici, il silenzio della notte newyorkese in un giorno di festa.

I fautori del cinema plausibile al 100% avranno forse da ridire qualcosa, ma tutti gli altri si possono godere 90 minuti colmi di invenzioni, sia visive che di sceneggiatura, funzionali a tenere alta la tensione e raccontare la storia, la vita e il sentire di un uomo, prigioniero senza colpa a detta sua, espiatore come molti dei peccati del suo paese di fronte ad una donna aguzzino, che rivendica un diritto, che pretende una confessione e che ha studiato un piano perfetto per ottenere la sua verità.

Questo è quanto accade in The Elevator, un film italiano, che tutto sembra tranne che una pellicola nostrana. E questo vuole essere un complimento sincero ad un film meritevole di cambiare direzione in Italia, dove quasi tutti i film sono terribilmente uguali.

Il film è uscito in sala il 20 giugno dopo essersi affermato all’estero. Bravo il produttore Riccardo Neri che ha prodotto il film e merito al regista Massimo Coglitore (all’attivo due corti e un film tv) che si muove su una materia che sembra conoscere perfettamente e che realizza un film che tutto sembra fuorché un opera prima.

James Park

Coglitore non risparmia colpi bassi al suo protagonista e con dialoghi serratissimi dà spessore, forza e dignità anche a quelli che a tutti gli effetti sono i “cattivi” del suo film: la donna.

È difficile infatti non rimanere conquistati dal gioco ad alta difficoltà che il regista si impone, come è difficile non rimanere avvinti dal dramma dell’uomo di fronte all’imminenza della propria morte e condannato a lottare per scamparla.

Come il Sidney Lumet di “La parola ai giurati” anche Coglitore riprende il suo film in tempo reale con tali e tante idee di regia che lo spazio angusto e limitato dell’ascensore sembra sempre diverso. Una regia molto controllata e poco vanesia, al servizio della storia (come dice lo stesso regista), studiata per asfissiare prima, rilassare poi e asfissiare nuovamente lo spettatore, guidandone la tensione in armonia con la percezione delle dimensioni dello spazio.

Incurante dei propri limiti di budget, non si fa mancare nulla The Elevator. Carrelli, primi e primissimi piani, piani sequenza e arditi movimenti subliminali. Tutto intorno ai due straordinari attori Caroline Goodall e James Parks che in questo film danno il meglio di loro.

Sarebbe stato facile esagerare con la performance e cercare il centro della scena, ancora di più di quanto non la si abbia in un film centrato su di sè, invece i due protagonisti si concedono un paio di momenti di isterismo e un paio di pianti (comprensibili vista la trama); si lavora anche sui piani d’ascolto, plasmati su quello che ci si immagina accadere nella loro mente, con espressioni d’ansia controllate e soprattutto spasmi di dolore e paura involontari sul volto proprio là dove solitamente si vedono smorfie che ammiccano al pubblico.

Una bellissima colonna sonora accompagna il film, facendolo lievitare. Un montaggio senza bizzarrie ci dà l’idea perfetta di quello che accade in real time. Eleganti anche le scenografie, mai sovradimensionate. Funzionale come poche volte in un film italiano anche la fotografia, cianotica, fredda, come il dramma che si sta consumando, con l’illuminazione dell’ascensore che diventa essa stessa illuminazione della pellicola.



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