La Recensione di Dario Arpaio: Whiplash

Di , scritto il 15 Febbraio 2015

ADamien Chazelle è un trentenne regista e sceneggiatore americano che, dopo Guy and Madeline on a Park Beach (2009), ha scritto e diretto il suo secondo lungometraggio, Whiplash, con il quale sta raccogliendo consensi di pubblico e di critica. Ha ottenuto ben 5 nominations all’Oscar rispettivamente per Miglior Film, Montaggio, Sceneggiatura Originale, Mixaggio Sonoro, e Miglior Attore non Protagonista per J.K. Simmons, che per la sua magistrale intepretazione ha già vinto il Golden Globe. Chazelle è stato batterista professionista ed entrambi i suoi film rivivono la sua esperienza jazz. Whiplash in particolare sembra attingere molto dal suo retaggio di musicista. Il titolo del film è originato da un pezzo nato dal sax di Hank Levy, noto forse più per le sue composizioni che per il suo talento di esecutore. Ed è proprio ‘la frustata’ del titolo a dare un trascinante ritmo sincopato a tutto il film di Chazelle, dove non si lesinano i colpi di scena in un crescendo emozionale avvincente.

Il giovane Andrew (Miles Teller) frequenta il primo anno di un prestigioso conservatorio newyorkese. La batteria e il jazz sono la sua vita. Proviene proprio da quella middle class dove primeggiare è d’obbligo. Sogna di diventare il numero uno, di emulare nientemeno che Buddy Rich, considerato tuttora il più talentuoso batterista della storia del jazz. Andrew viene casualmente scelto dall’insegnante più prestigioso della scuola, il temutissimo Fletcher (J.K. Simmons). I suoi metodi di insegnamento sono estremi, muscolari ai limiti del sadismo. Ma è il migliore e la sua orchestra primeggia laddove il giovane Andrew vuole arrivare, anche se la competizione è altissima. Il tempo del rullante e la velocità di escuzione diventano un’ossessione per il ragazzo, fino a diventare una vera e propria paranoia. Ma è proprio questo che Fletcher pretende.B

Occorre isolarsi dal resto del mondo per lasciare di sé una traccia nel mondo dell’arte. Costi quello che costi. Per il suo film Chazelle va anche a pescare un episodio della vita di Charlie Parker citato nella di lui biografia scritta da Stanley Crouch. Si racconta che Parker diventa bird dopo che il grande batterista ‘Papa’ Jo Jones gli lancia addosso un piatto per aver suonato con una leggera imperfezione nel tempo di battuta. Dopo quell’episodio Parker lascia l’orchestra e inizia a studiare compulsivamente fino a diventare il più grande in assoluto e il padre del Be-pop.

Whiplash racconta di fatto la viva esperienza di Chazelle nel jazz non tanto enunciando un atto di amore romantico nei confronti della musica colta, quanto evidenziando gli aspetti della sofferenza, dell’umiliazione, il livello sfrenato nella competizione dai quali non si trova scampo se non si raggiunge la perfezione stilistica. Per farlo si può arrivare anche a scarnificare a sangue le mani e l’anima. Il resto del mondo non conta, nel bene nel male che ciò può comportare. E’ questo il senso che fa di Whiplash un film davvero emozionante, ricco di colpi di scena, avvincente. L’esecuzione finale di Caravan ci schiaccia nella poltrona e davvero chiama all’applauso.

Dario Arpaio

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