L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza

Di , scritto il 07 Giugno 2008

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Città del Messico, domenica 21 giugno 1970. Brasile e Italia disputarono quella che fu la partita finale per l’assegnazione della 9° e ultima Coppa Rimet della storia del calcio moderno. Dopo 18’ dall’inizio Pelè andò in rete con un superbo colpo di testa. A nulla valse il pareggio del nostro Boninsegna. Nel secondo tempo il Brasile travolse gli azzurri con altre tre reti segnate da Gerson, Jairzinho e Carlos Alberto. La compagine carioca venne acclamata la migliore di tutti i tempi e si aggiudicò il terzo trionfo mondiale. Il regista Cao Hamburger ci racconta quella finale attraverso gli occhi di un bambino innamorato del calcio che vive nel multietnico quartiere paulista del Bom Retiro in un guazzabuglio variopinto di lingue yiddish, portoghese, italiana. E’ un Brasile che non vive di solo calcio e sta soffrendo tutta la pena e il travaglio della dittatura militare. Gli stessi genitori del ragazzino hanno dovuto fuggire lasciando il figlio davanti alla casa del nonno, non sapendo che questi è mancato. Il piccolo Mauro si trova solo in attesa della sospirata finale del mundial e, soprattutto, del ritorno dei genitori che lui sa essere in ‘vacanza’. In quegli anni molti altri brasiliani furono costretti a una vacanza forzata nel silenzio di un fuga nella disperazione dell’esilio. Un vicino di casa si prende cura del ragazzo che, nello spazio di quell’estate del 1970, vive il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza senza comprendere fino in fondo le immagini delle cariche di una brutale polizia sui dimostranti o i suoi stessi primi turbamenti sessuali. Cosa, come interpretano gli occhi di un bambino il mondo che lo circonda? Cosa resta della violenza vista o della gioia per un goal della propria squadra? Dove finiscono i dolori e i tremori? Molto bravi i due ragazzini protagonisti, assai ben diretti dal regista che ha già nel suo bagaglio positive esperienze di film realizzati per e con i giovani.

Cao Hamburger ha portato il suo film al 57° Festival di Berlino e con questa sua delicata opera, almeno in parte autobiografica, ha suscitato l’attenzione che è dovuta a un nuovo corso del cinema brasiliano che si reinventa grazie anche a validi interpreti.

Dario Arpaio


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