La Pecora Nera di Ascanio

Di , scritto il 03 Ottobre 2010

Il festival di Venezia 2010 ci regala La Pecora Nera di Ascanio Celestini. Tra i titoli italiani in concorso è stata certamente una sorpresa più che riuscita.

Il film è frutto di  un lungo percorso artistico intrapreso dal suo autore,  il quale ha passato alcuni anni a documentarsi sulla dimensione manicomiale, attraverso interviste a infermieri, medici e, soprattutto, frequentando assiduamente i cosiddetti ‘malati di mente’ nel tentativo di penetrare nel loro universo senza preconcetti, tentando la via della poesia, tralasciando l’analisi sociale e politica. La sua esperienza è diventata un libro e uno spettacolo teatrale (libro e DVD sono editi da Einaudi, li trovate su questa pagina). Infine il film. La trasposizione cinematografica di un pezzo di teatro non è impresa da poco. Palco e schermo rappresentano dimensioni diverse, lontane, nemmeno parallele, ma Celestini ha saputo mantenere intatta la sua impronta, mantenendo alto il livello della fruizione del segno del suo dire, del suo fare.

La Pecora Nera racconta in prima persona l’esperienza di una vita, l’emozione di uno che sta oltre i cento cancelli (verrebbe da pensare: al di quà o al di là?), che vive riparato da una società tanto aggressiva quanto repressiva nei confronti di chi è altrove, o più semplicemente fuori dal sistema, un marziano che vive i ‘favolosi anni ’60’ attraverso la piccola gioia di un gelato da passeggio, come si chiamava una volta, sognandone altri cento, per poi scoprirsi adulto e ancora solo, sotto il neon dei supermercati e di nuovo solo, isolato, straniero, nascosto nel suo mondo costruito su architetture difficilmente leggibili dall’esterno.

A volte il film rallenta, ma non per difetto, bensì a dilatare quel tempo, per noi sconosciuto. Poetica semplice, d’impatto immediato, teneramente drammatico. Bravi tutti gli attori a cominciare dallo stesso Ascanio Celestini, e un Gianluca Tirabassi capace di dimostrare quanto sia attore duttile e pronto ad altro.

Una Pecora Nera è da applaudire, con l’autore al suo ingresso nel panorama del nostro mediocre cinema che spaccia per commedia all’italiana, genere che tanto ha dato e saputo offrire, operette da quattro soldi, mezzucci per arraffare otto soldi al botteghino. Magari cogliendo bene l’obbiettivo, forse solo quello può essere raggiunto in questo tempo di mediocrità. Tanto chi li ricorderà mai.

Dario Arpaio



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