la recensione di Dario Arpaio: Youth

Di , scritto il 22 Maggio 2015

 

SorrenAtino è Sorrentino. A che vale individuare nei suoi film possibili contraddizioni, solo per amor di critica, e proprio verso colui che è forse il miglior cineasta italiano in circolazione? Meglio andare oltre per comprendere a fondo la sua opera, assimilarla, lasciandosi emozionare senza condizioni dalla visione dei suoi film, nell’interpretazione dei tanti sussurri. Ci si potrebbe meglio avvalere della facoltà di non rispondere alle sue sollecitazioni filmiche, accucciandosi pigramente al riparo dei propri pre-giudizi di maniera. Ma che vale discutere Sorrentino? E’ più dolce lasciarsi andare all’applauso dopo che l’ultimo fotogramma ha lasciato negli occhi i resti di una pioggia di emozioni sillabate sottilmente intorno al senso della vita, giocato e, a tratti, sperperato con tenera ironia. C’è un non-detto dietro ogni inquadratura. Ogni sequenza de La Grande Bellezza e del nuovo film Youth, al di là dell’immagine, cela un sentiero che conduce alla cima di una montagna incantata, lungo il percorso di una poetica, in fondo essenziale, centrata sulla nobiltà e sulla miseria della vita che ci è dato di vivere. Le provocazioni estetiche di Sorrentino trasfigurano la realtà traducendo la sua stessa emozione di artista nel fare cinema. E il suo Youth vuole divertire e commuovere orchestrando gli accordi di una vena malinconica matura, sapida nei silenzi dei panorami circostanti il Berghotel Shatzalp a Davos nella Svizzera dei Grigioni. In quella spa, dove si respira a pieni polmoni il ‘900, Thomas Mann scrisse della sua montagna incantata e, accidentalmente o meno, Sorrentino vi ambienta il suo film, Youth, dove un microcosmo di vacanzieri, variegato e sonnolento, si muove lungo gli stessi corridoi, nelle medesime stanze, nei percorsi perduti alla ricerca della eterna illusione della giovinezza. Quella che i due protagonisti ospiti dell’hotel, l’uno musicista, l’altro cineasta, inseguono nella memoria dei giorni della loro lunga amicizia. L’uno apatico, l’altro depresso, sfottono la rispettiva prostata di ottantenni, e si commuovono al magico ingresso in piscina della conturbante bellezza di miss Universo. Scherzano, scommettono sui comportamenti degli altri ospiti dell’hotel. Si confrontano padri con i rispettivi figli. Soprattutto tentano la via per convivere con i loro fantasmi.B

Il musicista è ostinato nel rifiuto di eseguire le sue ‘canzoni semplici’ su invito della regina Elisabetta, ma non lesina l’orchestrazione solitaria dei suoni della natura. Dirige il canto del bosco, la musica dei campanacci. Magari irride gentilmente un monaco buddista intento nella meditazione profonda. D’altra parte un corpo non può levitare! La vita ci àncora al suolo. Conviviamo con le nostre debolezze, le esprimiamo a volte in piccole cattiverie, altre in tenerezze. Tutta la vita si riduce a poche confuse figurine nell’album della memoria. E manca sempre qualcosa o qualcuno alla conta dei giorni.

L’amico cineasta è in crisi creativa. Insegue il completamento della sceneggiatura del suo ennesimo film dal titolo ‘l’ultimo giorno di vita’. Chiama a sé la grande star per il ruolo protagonista e lei arriva, deludendo però l’attesa del progetto che si rivela un profondo disperato bisogno di vita.

Ogni fotogramma è una danza di personaggi. Sorrentino ce li offre in inquadrature esteticamente suadenti, li scruta per raccontare quello che in fondo risolve un risveglio alla vita, in quell’anelito alla giovinezza creativa allorquando ogni giorno può rivelarsi inaspettatamente ricco di emozione infinita. E poi, magari, anche il monaco riuscirà a levitare.

Michael Caine, nei panni del musicista, offre una delle più intense performance di tutta la sua lunga carriera in una prova attoriale drammatica e ironicamente sublime. Da Oscar. Harvey Keitel è il cineasta in crisi esistenziale e la sua interpretazione non è da meno di quella di Caine.

Puntuali interpreti della regia di Sorrentino sono il montaggio (perfetto) di Cristiano Tovaglioli e la fotografia di Luca Bigazzi, a tratti barocca, con degli autentici tableaux vivants, raffinatissimi e a tratti dolenti. David Lang rinnova la sua musica, riprendendola con la stessa intensità dell’eccellente prova de La Grande Bellezza.C

Se il pubblico di Cannes alla visione di Youth si è espresso in 16 lunghi minuti di applausi al termine della proiezione, taluna critica mestierante è rimasta quanto meno frastornata dalla ridondanza delle immagini e proprio da quel non-detto che viceversa racchiude la magia del cinema di Sorrentino, un fine cineasta che tutto toglie e tutto dà nel mezzo del cammin del suo grande cinema.

Dario Arpaio

 



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