A.C.A.B., sbirri duri e puri secondo Sollima

Di , scritto il 29 Gennaio 2012

Il nostro cinema tende ad adagiarsi più sui facili guadagni delle commediole dalla risata facile facile, salvo andare a cercarsela altrove (vedi Benvenuti al Nord e sequel nostrani, si fa per dire). E’ certamente più arduo, commercialmente parlando, tentare strade nuove, alla ricerca di un’identità diversa, più degna di nota.

Il cinema francese, per esempio, è capace di offrire, grazie anche a una diversa considerazione governativa, sia commedie originali e di pregio, sia nuove idee nei confronti di generi non proprio tradizionali (vedi La Horde). Da non dimenticare la grande matrice dedicata al noir, dove, per esempio, un cineasta come Olivier Marchal è stato capace di trasformare le proprie esperienze di sbirro estrapolandole nel grande cinema, potendo avvalersi anche dell’interpretazione di ottimi attori come Daniel Auteuil o Depardieu.

Eppure anche da noi c’è chi il cinema lo sa fare, e bene, se non meglio, salvo poi ricevere magari critiche negative per avere portato sullo schermo vicende di malavita crude (il Vallanzasca secondo Placido), tali da offendere la sensibilità di qualcuno. Eppure nessuno, per esempio negli USA, ha mai obbiettato all’uscita di film dedicati a questo o quel delinquente assassino (non occorre citarli, ce ne sono così tanti). A volte il provincialismo di certa parte della nostra cultura mediatica si ostina nel proteggere quel piccolo orticello che nutre tante povere anime perse, le quali non saprebbero di che parlare o di che scrivere se non si trincerassero dietro parvenze soloniche appoggiate sul niente.

In controtendenza, un film nero di gran successo (e pregio) è stato quel Romanzo Criminale, diventato poi oggetto di due fortunate serie televisive, tanto da divenire opere cult. Il loro bravo regista Stefano Sollima ha approfittato dell’esperienza acquisita per portare il suo originale passo narrativo in un mondo assai poco conosciuto o mal frequentato, quello degli sbirri, anzi dei celerini, quelli della Mobile, quelli che vivono in strada, assai poco amati, a volte temuti, mai compresi. Sono loro i tutori dell’ordine che intervengono di manganello contro i teppisti allo stadio, beceri adoratori della guerriglia urbana piuttosto che del bel gioco in campo. Sono sempre loro, i celerini, a essere stati i principali protagonisti delle dure violenze compiute ai danni di studenti inermi in quella notte d’orrore alla scuola Diaz durante il G8.

Tutti gli sbirri sono bastardi, questo è il significato dell’acronimo A.C.A.B., creato dagli skinhead inglesi negli anni ’70. Sollima trova fertile terreno nell’omonimo romanzo di Carlo Bonini, giornalista de La Repubblica, affidandone la sceneggiatura allo stesso trio vincente della fiction televisiva sulla banda della Magliana, ovvero Daniele Cesarano, Barbara Petronio e Leonardo Valenti. Così via con la scelta del cast, perfetto con un grande Pierfrancesco Favino,  insieme con Filippo Nigro, Marco Giallini, Andrea Sartoretti, nel ruolo dei veterani che accolgono la ‘spina’ Domenico Diele.

Con i soprannomi di Cobra, Negro e Mazinga sono loro la squadra di pronto intervento, sempre in prima linea con scudo e manganello. Ma sono anche qualcosa di più, sono fratelli, in un cameratismo a volte eccessivo, comunque vitale, forte, virile. Favino è Cobra, l’unico a non avere vincoli familiari. E’ lui a sentire più forte il vincolo con i compagni. Ha una croce celtica tatuata sulla schiena e simboli fascisti sparsi per la casa e nel cuore. Per Cobra l’appartenenza alla Celere è una missione al servizio dello Stato, quello stesso che si dimentica dei suoi figli più fedeli. Ma è calato in una logica sbagliata e non può fare a meno di correre sempre sul filo del rasoio, dove, da un lato e dall’altro, non trova altro che la violenza, e l’aggressione.

Sollima ci mostra degli uomini in guerra, calati in una dimensione di odio che non si può controllare. Il vero nemico è l’odio che subdolamente può scatenare, in ogni istante, una scintilla capace di causare deflagrazioni poi difficili da controllare. E’ tutta la nostra società che vive immersa in questa stortura. La stessa che autorizza i comportamenti dei furbetti, che li tollera, lasciando un senso di frustrazione in chi invece cerca di vivere secondo le regole della legge naturale degli uomini in un contesto civile. I celerini, sono loro i veri proletari di oggi, come scriveva Pasolini in un momento in cui la sua affermazione suonava come una bestemmia. Possono sbagliare, possono cadere nell’eccesso, a volte trovarsi coinvolti nella tragedia, scientemente o meno, ma sono pur sempre loro l’unico baluardo contro il caos. Il film ACAB di Sollima ha il merito di non prendere posizione. Si limita a mostrare gli effetti della violenza nelle sue ramificazioni che, alla base di tutto, si nutrono dell’ignoranza e della paura di ciò che non si conosce. Non si può trovare il bene senza che questo non mostri almeno qualche aspetto oscuro. La giovane recluta, l’ultimo arrivato nella squadra, sarà lui a far comprendere (o forse no) ai veterani il desiderio di legalità che rimane al di sopra di ogni volontà di sopraffazione.

Un elogio va al regista che coraggiosamente propone un film duro (e molto ben fatto) tale da far riflettere. Pierfrancesco Favino, poi, è esemplare nel dare corpo e anima al personaggio del Cobra. In fondo è capace di suscitare simpatia, anche quando ne propone il lato più becero. Il Cobra è sincero.

Dario Arpaio

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