Il primo uomo di Gianni Amelio

Di , scritto il 22 Aprile 2012

Gianni Amelio e il suo  film Il Primo Uomo non parteciperanno al prossimo festival di Venezia. Toronto 2011 è stata la vetrina che ha permesso al regista di presentare la sua ultima opera registica. In Canada ha ottenuto il prestigioso Fipresci, premio della critica internazionale. Amelio è anche l’autore della sceneggiatura, basata sull’omonimo romanzo incompiuto di Albert Camus. Il grande romanziere e filosofo morì nel 1960 al volante della sua Facel Vega. Insieme con lui scomparve anche il suo editore Gallimard. Sul sedile posteriore dell’auto fu trovata la prima stesura del suo romanzo che rimase in un cassetto fino al 1994.

Gianni Amelio rilegge l’autobiografia di Camus, e, seguendone i passi nell’infanzia poveramente trascorsa in Algeria, riscopre, per così dire la propria. Entrambi crescono senza il padre, morto durante la Prima Guerraquello di Camus; emigrato in Argentina quello di Amelio. Le figure femminili della madre e della nonna materna diventano così il centro del mondo sia per l’uno che per l’altro. Il nostro regista si accosta con grande pudore, con delicatezza alla vicenda del romanzo, con affettuoso e partecipe distacco, semplicemente narrando il percorso compiuto dal protagonista Jacques Cormery, romanziere di successo, che torna in Algeria, dopo anni di assenza, per riscoprire le proprie radici e cercare le tracce del padre, colpito a morte nella battaglia della Marna. Gli anni sono quelli dell’inizio della rivolta degli algerini, dei primi attentati dell’FLN, della rabbia dei francesi di fronte al desiderio di libertà che agita il popolo della colonia. Camus per bocca del suo protagonista ne esalta il desiderio di libertà. Stà dalla parte delle vittime di quello che fu solo becero colonialismo. Altrettanto però ne rifiutala violenza. Ilsuo uomo crede in un Paese dove francesi e algerini possano convivere pacificamente sotto la stessa bandiera, anche se poi la storia prenderà in una direzione diversa.

Il film si alterna tra il passato e il presente. Il Cormery adulto ritrova i luoghi dell’infanzia. Incontra le persone che gli furono vicine, il maestro di scuola, il compagno algerino e, soprattutto riabbraccia la madre in una delle sequenze più delicate del film. Superfluo, ma doveroso, evidenziare la purezza dei movimenti di macchina voluti dal regista, le inquadrature pulite, misurate, espressive più degli stessi dialoghi in fondo ai quali c’è solo amore. Quello per la madre, per la terra, per la vita, per la scrittura che permette all’autore di dare voce a coloro che non l’hanno. Sono loro la Storia.

Gianni Amelio si esprime in una prova registica di grande pregio, grazie anche alla scelta di un cast davvero eccellente, dove, su tutti, spicca il piccolo Nino Jouglet, fortemente espressivo. Gli occhi del piccolo Jouglet-Cormery sanno davvero urlare il desiderio di cultura come unica via per l’emancipazione, così come avrebbe probabilmente affermato anche lo stesso Camus.

Dario Arpaio



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