La parabola tutta umana delle Sette Opere di Misericordia

Di , scritto il 21 Gennaio 2012

setteopereSette Opere di Misericordia è il primo lungometraggio dei gemelli Gianluca e Massimiliano De Serio. E’ stato proiettato nei festival e nelle rassegne di mezzo mondo prima di arrivare sul grande schermo di casa nostra e, va detto, ovunque ha suscitato interesse e ammirazione.

I due fratelli provengono da una lunga gavetta di corti, documentari e audiovisivi che ne hanno formato il carattere artistico, segnando il passo verso il cinema autoriale di livello. I De Serio sono di Torino ed è la periferia suburbana della grande città il teatro della vicenda dove si sviluppa la trama del film.

Le sette opere del titolo vengono snocciolate una dopo l’altra a introdurre i quadri in forma didascalica dichiarata. Lo spunto originale è quello dei Vangeli, certamente, ma il senso non è quello della catechesi. L’occhio è tutto sull’umanità degli ultimi che viene scandagliata dai due registi. Non c’è Dio nella baraccopoli dove trova temporaneo rifugio la giovane moldava, pagandosi un letto dentro un furgone con furtarelli e borseggi. E’ la disperazione ad alimentare la tenacia della ragazza che è in cerca di nuovi documenti, di un’identità per fuggire da quel luogo di miseria. Non c’è Dio nel suo sguardo di animale in fuga. Casualmente incappa in un vecchio malato e ne fa la sua vittima predestinata. Si introduce in casa sua. Lo lega.  Lo chiude in uno stanzino e attende l’occasione propizia per il suo riscatto materiale. Il vecchio, poi, è un rigattiere che sopravvive riciclando pneumatici rubati. E’ molto malato. Entra ed esce dall’ospedale. Non respira altro che la desolazione della sua misera vita e si avvicina alla fine. Non c’è Dio in questa umanità desolata. La macchina da presa scava nei volti dei protagonisti. La realtà è tutta dentro l’obbiettivo e i due registi la estraggono, con ostinazione, per proporcela com’è, con l’audio in presa diretta, con lo sporco vivo, al punto che pare di poterlo toccare.

Le espressioni degli attori, i loro movimenti misurati o strappati alla paura, valgono più di un dialogo volutamente scarno, inesistente. Sono i gesti e i gemiti a narrare il dolore. La macchina da presa si muove poco, scruta nelle anime perse. Ma l’umanità dei due protagonisti è solo sospesa, non annientata. Si risveglierà unendoli nella pietas, l’uno all’altra, anche senza che Dio lo sappia.

Lo stile della narrazione è freddo, distaccato, essenziale, a tratti si crogiola un po’ nell’autocompiacimento, ma i due fratelli registi sanno toccare la sensibilità dello spettatore con alcune sequenze di grande effetto. Come quella, encomiabile, dove il volto della giovane si accosta a quello del neonato che piange, illuminando il buio teneramente, con una palla luminosa dai colori cangianti. E lo cheta. Sequenza di grande fascinazione per un pubblico che forse dovrà dedicare una attenzione particolare a questo film di non facile lettura.

Molto merito va ai due protagonisti, Roberto Herlizka, grandissimo interprete del nostro teatro, che propone il meglio delle fratture della sua maschera tragica, ela giovane Olimpia Melinte nei panni della moldava in fuga. Film insolito nel panorama del nostro cinema che pare dedito più alla cassetta facile, tralasciando il senso genuino della settima arte.

Dario Arpaio



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