Meduse, una favola d’oggi dolce e amara

Di , scritto il 17 Novembre 2007

meduse-locan.jpgMeduse ha ricevuto il premio Caméra d’Or all’ultimo Festival di Cannes come migliore opera prima di due israeliani compagni anche nella vita, Shira Geffen e suo marito Etgar Keret. Il loro film si nutre delle piccole storie di vite comuni che si incrociano in una malinconica incomunicabilità quotidiana o forse, per meglio dire, sono accomunate nel desiderio universale di una diversamente affettuosa comunicazione tra individui, tra chi non ascolta o non vuole insensibilmente scorgere i nostri più piccoli e semplici desideri di abbracci e di calore umano. Così all’improvviso una piccola bimba arriva dal mare, come nata dall’onda stessa, un angioletto di cinque anni curioso dei nostri perché adulti. La ninfetta con il suo salvagente si accompagna misteriosamente muta a una ragazza timida che, pur inseguendo i suoi affetti perduti, si sente puntualmente responsabile della trovatella. Nel frattempo due sposini tentano di vivere la loro grottesca luna di miele nonostante un piccolo accidente che costringe la donna a una improvvisa ingessatura. Incrociano una bella e misteriosa poetessa che insegue invece la propria fine senza più luce. Più in là una madre anziana abbandonata dai figli muore dinanzi alla badante filippina e un’altra madre un po’ burbera perde forse per sempre l’affetto della propria figlia per poi fare propri i sogni della stessa filippina a sua volta madre di un bimbetto anche lui di cinque anni come la sirenetta venuta dal mare. Ed è proprio l’acqua che si può far carico dei nostri desideri sconfitti nella solitudine. Ci viene anche detto che, in fondo, siamo come una nave in una bottiglia che non può affondare, ma il mare, quello reale, ci può generare e rigenerare in quell’onda che tutto conosce, sempre diversa e sempre la stessa nella memoria della forma della vita, e ci fa anche ritrovare quel venditore di gelati che non si è mai mosso dal nostro sogno bambino.

Alla fine, la piccina venuta dall’acqua ci ridona a noi stessi in ciò che abbiamo di più caro, la nostra voglia di vivere. Ed è assai bello e stimolante potere assistere a una opera prima come Meduse che altro non è se non una bella e un po’ triste favola moderna raccontata così mirabilmente sulle note de La vie en rose in una Tel Aviv che pare uscita dai dipinti di De Chirico, così misteriosi, così densi, così lontani dai venti di guerra che invece là soffiano senza tregua.

Dario Arpaio

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