Poetry, un sussurro nel tempo

Di , scritto il 17 Aprile 2011

E io faccio un salto indietro per rivedere un film uscito nelle nostre sale da un paio di settimane. Un film atipico, un film controcorrente, Poetry del pluripremiato regista coreano Lee Chang-dong, approdato quasi per caso al cinema, ricevendo ampi consensi ovunque, soprattutto con il suo drammatico Oasis del 2002. Venezia e Cannes lo hanno applaudito e Poetry ha ricevuto il premio come migliore sceneggiatura al festival della Croisette nel 2010.

L’artista coreano ha anche ricoperto la carica istituzionale di ministro della cultura del suo Paese, battendosi contro l’imbarbarimento e la sottomissione dell’arte alle regole del profitto. Un film sulla poesia è quanto mai un azzardo, oggi può ben ritenersi una provocazione, uno schiaffo. Chi mai presta interesse alla poesia, magari lasciandosi attrarre dalla magia della parola e dei percorsi dell’anima? Un perditempo? C’è ben altro a cui prestare attenzione al giorno d’oggi. Lee Chang-dong non la pensa così, o meglio ‘vive’ in senso opposto. Così come la protagonista del film, Mija, interpretata da una attrice coreana, Yoon Hee-Jeong, molto amata nel suo Paese.

Mija è un’anziana che deve affrontare il principiarsi del morbo di Alzheimer, quello che degenera la memoria, distruggendo nella mente ogni traccia del mondo come lo si conosce. Mijia deve anche occuparsi, da sola, del nipote adolescente, insulso e arrogante, come tanti della sua età sperperata nei videogiochi o peggio. Il ragazzo è vittima di se stesso e artefice dei rituali di branco che lo porteranno alla violenza carnale ai danni di una ragazzina, la quale non sopporterà il peso dell’oltraggio suicidandosi. Proprio quando Mijia inizierà a cercare un’ultima se stessa, prima dell’avanzare inesorabile della malattia, iscrivendosi a un corso di scrittura poetica, verrà a sapere del coinvolgimento del nipote nello stupro. Allora come si può convivere con il senso di colpa, con il sentimento del dolore. Il percorso di Mijia viene sussurrato da Lee Chang-dong, raccontato sottovoce, con una narrazione minimalista che danza tra la delicata disperata visione di una mela, e quella di un fiore, o di un fiume, proprio quello che ha accolto l’ultimo fiato della giovane suicida. Come si possono ascoltare le parole del maestro di poesia, che sprona i partecipanti del corso a vedere dentro la vita delle cose, anche le più semplici, e scoprire un respiro più grande in ogni giorno che viene, quando poi il male si può affacciare con ferocia distruggendo una vita innocente. Mijia si scontra con l’abulico nipote videodipendente e alla fine il suo senso di giustizia prevarrà anche sull’ottuso perbenismo ipocrita dei genitori degli altri ragazzi del branco. La donna riuscirà infine a comporre i versi della sua canzone, la sua prima ed unica poesia, dedicando il suo sentimento proprio alla ragazzina scomparsa.

“Come va laggiù? Ti senti tanto sola? E’ ancora rosso il tramonto? Senti ancora il canto degli uccellini?…”

E alla fine del film è la parola, nella sua magia profonda, nella musica delle sillabe, ad avvolgere teneramente lo spettatore, offrendo uno spettacolo dentro, uno spettacolo già vivo ancora prima dell’inizio del tempo, oltre la stagione dei fiori rosso sangue.

Poetry, un film contro. Un film spregiudicato. Un film che si fa poesia.

Dario Arpaio

1 commento su “Poetry, un sussurro nel tempo”
  1. giuseppe ha detto:

    ciao dario ottima recensione


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