Paolo e Sean in This Must Be the Place

Di , scritto il 16 Ottobre 2011

Occhi azzurri bistrati, socchiusi appena su di un mondo che gli è estraneo, distante. Il suo viso, ricoperto di cerone, è una maschera di scena. Appartiene al passato, a un altro tempo. Le labbra ostentano un rossetto di colore acceso (a proposito… ricordarsi di stendere un velo di borotalco sulle labbra prima di metterlo. Così l’effetto dura tutto il giorno). Cheyenne, il protagonista di This Must Be the Place, è tutto quì, ed è ciò che resta di una rockstar anni ’80, che vive agiatamente in una ricca casa di Dublino grazie alle royalties della passata carriera. E’ stato il famoso leader del suo gruppo. Ci tiene a sottolineare che è Mick Jagger ad aver cantato per lui, non viceversa. Quando cammina, distrattamente, nei centri commerciali, qualche fan lo riconosce e lo insegue. Lui lo ignora, rimane in stato catatonico. La sua vita scivola ogni giorno nella noia, senza più desideri. Nessun sogno da realizzare, nessuna passione. I rari sorrisi sono solo per la moglie, che di mestiere fa il pompiere-sempre-all’erta.

Ad un tratto qualcosa di brusco e imprevisto cambia ogni registro. Il padre, con il quale Cheyenne ha sempre avuto un rapporto fortemente conflittuale, sta per morire. Improvvisamente la rockstar è richiamata alla realtà. Dopo trentanni risale su di un aereo e vola negli Stati Uniti, verso la sua casa natale. Ritrova i parenti, tutti di religione ebraica, strettamente osservanti, come lo era il padre, morto nel frattempo.

Cheyenne che ci fai lì? Quasi non lo conoscevi tuo padre. Lui non ha mai accettato il tuo stile di vita e tu lo hai sempre ignorato. Hai seguito la tua strada che non ti ha portato da nessuna parte. Vai Cheyenne, è  giunto il tempo di sapere, segui le tracce di tuo padre. Lui non ha mai cessato di inseguire l’aguzzino nazista che lo aveva umiliato nel campo di concentramento. Ma tu Cheyenne cosa c’entri con l’olocausto? Dove stai andando?  

Così inizia il viaggio vero, quello che conduce là dove si scopre se stessi. Paolo Sorrentino è degno rappresentante del cinema italiano di alta scuola e lo dimostra prepotentemente con questo film grazie anche a uno Sean Penn, grandissimo oltre ogni aggettivo. This Must Be the Place, visivamente perfetto, inizia in sordina per proseguire in un crescendo drammatico seguendo il percorso del viaggio all’interno di sé. Il titolo è tratto da un pezzo dei Talking Head del 1983 e, grosso modo, dice: ‘la mia casa è dove voglio essere e credo di esserci già… immagino che sia questo il luogo… e se qualcuno mi chiede dove sarò…’

Sorrentino esalta il suo stile con il personaggio Cheyenne e tutti noi possiamo applaudire a uno dei nostri migliori registi che sbarca a Hollywood ed è già in odor di Oscar.

Dario Arpaio

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5 commenti su “Paolo e Sean in This Must Be the Place”
  1. […] interpretare Mickey Cohen troviamo il grandissimo Sean Penn, che veste appunto i panni di questo criminale che, nato Brooklyn, diventa presto il più […]

  2. lovecraft ha detto:

    ho trovato il film eccezionale, musiche, sceneggiatura, fotografia, regia, casting, recitazione…
    per quanto ricordi la migliore interpretazione di sean penn. sorrentino è secondo me il miglior regista italiano oggi in circolazione, proprio un fil che da soddisfazione.

    per la cronaca:
    nella versione inglese sean penn dice che bisogna stendere un velo di face powder per far restare il rossetto, face powder è la cipria…
    ciao

  3. giuseppe ha detto:

    🙂 lo scopriremo dopo una seconda visione..ma questa volta non sono proprio sicuro..

  4. dario ha detto:

    ciao Giuseppe, grz per il tuo commento.
    a proposito del rossetto:
    ascensore
    un gruppo di ragazze commenta ad alta voce, confusamente, opinioni sui rossetti.
    Cheyenne è in fondo, al centro.
    Le zittisce e suggerisce loro di stendere un velo di cipria/borotalco sulle labbra prima di passare il rossetto.
    Qs è ciò che ricordo io… anche se ricordo di avere già perso in passato una scommessa cone te su di una scena o personaggio (sai… quando si perde … è sempre ammesso e non concesso …)
    ciao!

  5. giuseppe ha detto:

    ciao dario, ottimo film ho apprezzato..il regista usa la sigaretta come simbolo per far notare “la crescita” del protagonista che gradualmente riesce a realizzarsi attraverso il viaggio negli stati uniti scacciando la “noia e la dapressione” che lo stavano affligendo.un film diverso dalla norma che ci voleva…sicuro oscar..ah dario ti correggo la recensione non usa il borotalco per far durare di più il rossetto ma usa “un velo di cerone”…


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