La Recensione di Dario Arpaio: Blackhat

Di , scritto il 15 Marzo 2015

ADopo sei anni di assenza, il settantenne cineasta di Chicago, Michael Mann, torna al genere preferito e firma Blackhat un thriller segnato dal suo taglio inconfondibile. Sarebbe superfluo evidenziare come i tanti fan di Mann abbiano applaudito e goduto della nuova fatica del regista, sebbene il plot risenta di qualche lacuna. Va detto che la sceneggiatura, a differenza delle precedenti, non è curata da Mann. Ma poco o nulla influisce qualche scricchiolio della trama sulla affascinante sapida bellezza della regia di colui che è considerato a ragione uno dei migliori cineasti in circolazione.

Blackhat è il nome in gergo degli hacker cattivi, quelli dotati di un indiscusso genio informatico e di una mente criminale assoluta. Ed è la caccia rocambolesca ad uno di questi temibilissimi pirati senza scrupoli che vede allineati g-men americani e servizi cinesi in un connubio quanto meno insolito. La squadra a sua volta non può fare a meno di coinvolgere un hacker dotato di altrettanto talento del cattivo et voilà, la caccia è aperta per dispiegarsi in continui colpi di scena snocciolati in perfetto linguaggio informatico. Il protagonista è il biondo Chris Hemsworth, che, lasciato il martellone di Thor, si impegna sulle tastiere dei computer di mezzo mondo, dovendo seguire le tracce del cattivo fino a Hong Kong e Jakarta, dove sono girate le sequenze d’azione tra le più avvincenti di tutto il film.

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Come solo Mann è capace di fare, inquadra e muove il protagonista facendo agire il suo sguardo romanticamente immalinconito su di un mondo incosciente della catastrofe incombente, trasferendo quello stesso sguardo allo spettatore attraverso le sequenze di raccordo che tagliano la  storia suscitando emozioni di rara intensità rendendo Blackhat inconfondibile nella firma seppure –forse- vagamente lontano dai precedenti film di Mann. La tematica dell’eroe solo, che non può prescindere dal compiere il suo destino nell’esaltazione di un gesto irreversibile, domina tutto il film e si accompagna alla considerazione del mondo come universo cibernetico, dove l’estetica del software perfetto arriva ad affascinare l’uomo ponendolo in adorazione di nuovi stilemi di bellezza. La macchina da presa di Mann non fa distinzione tra le fughe nei circuiti di un hardware rispetto alle scene d’azione di cui il regista è maestro. Così come in Heat i due rivali si presentano speculari e contrapposti senza scampo, con la differenza che in Blackhat i comprimari hanno un ruolo assai meno scolpito rispetto a quelli magnificamente presenti in Heat. La sceneggiatura di Morgan Davis Foehl però non impedisce a Mann di scomporre la trama annunciata, alternando le sue visioni in un disegno raffinato attraverso il quale il protagonista e la sua compagna (Tang Wei) troveranno i segni di un futuro possibile solo nella scelta più audace, qualunque sia il costo da pagare. Il cattivo (Yorick van Wageningen) incombe senza esserci fino al rocambolesco scontro finale. E’ la nemesi perfetta dell’hacker che lo insegue senza tregua, in una caccia spietata disseminata di una lunga scia di cadaveri. E tutto il film corre lungo un filo di minimalismo descrittivo esaltato dalla regia di Mann.

Dario Arpaio

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