La Talpa secondo Tomas Alfredson

Di , scritto il 15 Gennaio 2012

Il regista svedese Tomas Alfredson ci ha già fatto entrare in punta di piedi nell’intimità di una dodicenne vampira, incantandoci con la vicenda dei due giovani adolescenti vissuta sulla neve bagnata dal sangue delle vittime pur senza eccedere in nulla, eccellendo in tutto. Questo è stato Lasciami entrare, una favola dark frutto di una regia più che encomiabile, davvero degna di nota, soprattutto se confrontata con altre pellicole di un filone più che inflazionato.

Con la medesima mano ferma Alfredson si è cimentato in un’impresa forse ancora più impegnativa, certamente ardua: portare sul grande schermo uno dei più bei romanzi di spionaggio mai scritti, La Talpa, opera cult di John Le Carré, senza scadere nel déjà-vu. L’autore stesso ha creduto nel regista svedese tanto da partecipare al film anche come produttore esecutivo. Il risultato è di nuovo straordinario, tale da far rientrare di diritto La Talpa di Tomas Alfredson nell’elenco delle grandi spy stories più raffinate, ancorché con un film tutto di parola contrapposto ai tanti titoli dilaganti stracolmi di effetti speciali.

Alfredson si àncora alle nebbiose atmosfere tratteggiate dal grande Le Carré, che fu capace di raccontare lo spionaggio durante la guerra fredda così come era, per averlo egli stesso vissuto in prima persona. Nel 1963, infatti, si trovò lui pure nel mezzo della torbida vicenda che vide smascherato il coinvolgimento della spia Kim Philby con il KGB. Come molti altri agenti di sua maestà anche Le Carré fu quasi costretto a cambiare mestiere avendo perso la copertura. Philby fuggì in Unione Sovietica, salvo.

La Talpa fu scritto nel ’74 e, in parte, trae spunto da quei fatti. L’MI6 secondo Le Carré però non è l’ufficio con a capo un burbero M e degli 007 con licenza di uccidere, ma un cupo palazzo dove è la burocrazia a dettare i tempi e le azioni dell’intelligence. Gli agenti sono impiegati grigi, che timbrano il cartellino per poi restare alle loro scrivanie, in silenzio, a testa bassa, con il compito di anticipare le trame del KGB, magari prima e meglio della CIA, pur di garantire all’impero di sua maestà la regina la possibilità di detenere ancora un ruolo di prestigio nello scacchiere politico internazionale, ormai diventato, in quegli anni, un affare a due, tra USA e URSS, visti, anche un po’ malinconicamente, da Le Carré come le due facce della stessa medaglia.

La trama de La Talpa è nota, ed è stata anche oggetto di una fortunata miniserie della BBC con protagonista il grande Alec Guinness.

Nel film di Tomas Alfredson il ruolo dell’ex agente Smiley, richiamato in gran segreto dal ministro in persona per smascherare il traditore di turno, è affidato a un perfetto Gary Oldman, ingrigito, impassibile, imperturbabile, impegnato in una delle sue migliori performances in assoluto. E’ lui Smiley, quello che deve rimettere a posto tutti i tasselli di una trama intricata, sfruttando ogni minimo dettaglio, frugando nel presente e nel passato, attento a ogni fruscio alle sue spalle, attraversando ogni ombra, per smascherare il traditore. Vien detto che tutto ciò che appare non è quel che si crede che sia, e ciò che è davvero, sfugge dall’esser visto. L’agente Smiley scivola in silenzio, osserva tutto, rimanendo quasi invisibile lungo le strade di una Londra livida. Lui sa, che da qualche parte, in quei palazzi si nasconde la chiave per risolvere l’enigma. Si lascia credere che la realtà sia una, quella che si vede, che si può toccare, ma Smiley diffida di chiunque. Sa che il suo nemico è l’astuto e potente Karla, uno dei più inafferrabili agenti sovietici e solo un piccolo insignificante dettaglio, una leggera noncuranza possono permettere di sconfiggerlo. Il traditore, alla fine, verrà punito. Ma la guerra continuerà e il nemico sarà ancora lì, oltre la cortina di ferro, pronto a tessere nuove trame.

Un ulteriore merito va dato a Tomas Alfredson per essersi avvalso anche della collaborazione dello stilista Paul Smith per ricreare puntigliosamente e in ogni dettaglio l’atmosfera degli anni ’70 e per vestire ogni personaggio con l’abito più adatto per connotarne il carattere. Il solo Smiley veste sempre in grigio ed è solo la fotografia, densa nei chiaroscuri profondi voluti da Hoyte Van Hoytema (lo stesso di Lasciami entrare) a esaltarne la figura e il ruolo.

La Talpa si avvale di un cast che sfiora l’eccellenza con Colin Firth, John Hurt, Tom Hardy, Mark Strong, Ciaran Hinds e lo stesso Le Carré che si intrufola, in qualità di comparsa, in un party di Natale. Chi saprà riconoscerlo confuso in mezzo agli agenti durante un brindisi? …

Dario Arpaio

 



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