The Harder They Fall: il black western post-postmoderno

Di , scritto il 11 Novembre 2021
The Harder They Fall

Forse un omaggio alla blaxploitation e al suo pioniere Melvin Van Peebles, scomparso pochi mesi fa. Forse una rivendicazione della storia black nel crudo ambiente del selvaggio West; già comunque messa in scena da Q. Tarantino nel suo Django. Forse un tentativo di portare alla luce un popolare black-musical, condito di canzoni hip-hop extra-diegetiche e ballate di scena. Forse un ulteriore tentativo di modernizzazione del western. Forse… forse. Ciò che però sappiamo di certo è che The Harder They Fall, disponibile da questo mese sulla piattaforma streaming Netflix, è un’opera prima intensa, molto intensa, e densa di citazioni cinematografiche e di idee intriganti.

Jeymes Samuel, già conosciuto nell’ambiente musicale con il nome di The Bullitts, è qui autore di uno sboccato western che vede grandi interpreti, Idris Erba, Regina King, Lakeith Stanfield e un grande Jonathan Majors nei panni del protagonista Nat Love, misurarsi con una sceneggiatura molto ambiziosa e una messa in scena a tratti scarna, probabilmente a causa dei 139 minuti (forse troppi per un’opera prima).

Sono inevitabili due appunti sulla trama per continuare a parlare del film e per dimostrare che The Harder They Fall è, inevitabilmente e per fortuna, una storia classica che si regge su uno stilema del genere: la ricerca della vendetta. Il fuorilegge Nat Love, insieme alla sua banda, è alla ricerca di Rufus Buck, uno spietato e potente criminale appena fuggito di prigione che, molti anni prima, ha ucciso di fronte ai suoi occhi gli amati genitori.

Il film, come è giusto che sia, è pregno di citazioni, (molto) Tarantino, Leone e Van Peebles su tutti; ma (credo) è necessario inserire tra la lista degli ispiratori anche Nicholas Ray con il suo intramontabile capolavoro rivoluzionario del ’54 Johnny Guitar.

The Harder They Fall

In effetti, proprio come nel western femminista di Nick Ray, in The Harder They Fall c’è un innovativo rovesciamento di fronte e di punti di vista, dove coloro che sono sempre stati messi da parte e schifati adesso si ritrovano nei panni dei protagonisti.

Nel caso di Johnny Guitar a farla da padrone sono Joan Crawford e Mercedes McCambridge, e cioè delle donne; in questo caso invece i padroni della storia sono gli afroamericani. Il film in pratica mostra un selvaggio e bidimensionale West popolato soltanto da persone di colore, dove i ricchi-snob razzisti bianchi sono segregati in un’unica città (colorata interamente di bianco), sono rappresentati come dei corrotti mostri senza cuore (generale Abbott) e dove vengono sparati a vista prima che possano pronunciare parola (macchinista del treno).

A livello tecnico, anche se l’opera non è perfetta, non si possono rivolgere troppe critiche in direzione del novello regista; in più i momenti di azione pura sono presenti (cosa non da poco) e ben orchestrati. Ciò che lascia un attimo l’amaro in bocca, invece, è la costruzione e la rappresentazione dell’antagonista, personaggio interpretato da Idris Erba. Infatti, l’indecisione da parte di Jeymes Samuel tra il dipingere Rufus Buck come un cattivo senza scrupoli e il non voler macchiare la moralità di un afroamericano viene tirata troppo per le lunghe, sfilacciando il tessuto drammaturgico creato e confondendo lo spettatore. L’indecisione comunque viene risolta alla fine, dove tutto viene giustificato con un classico colpo di scena alla Star Wars.

In breve, The Harder They Fall è un film entusiasmante, che ti incolla davanti allo schermo ma che non riesce a soddisfarti al 100%. Un’occasione (quasi) gettata, ma un grande e importante punto di partenza per la carriera di Jeymes Samuel e per la rinascita del western.

Di Lorenzo Fiorentino


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