Ai Confini del Paradiso, ritrovato non perduto

Di , scritto il 10 Novembre 2007

manifesto-confiniparadiso.jpgDopo lo strepitoso successo de La Sposa Turca del 2004 ecco che Ai Confini del Paradiso viene premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura. Il suo giovane regista turco-tedesco Fatih Akin è al secondo capitolo della sua trilogia che canta dell’amore, della morte e, in futuro, del male. Per la morte si muove tra Goethe, Kant e con chi mai vorrebbe vedere fiorire una rosa d’inverno.

I suoi 6 personaggi si inseguono senza vedersi, senza arrivare mai a conoscersi fino in fondo; qualche volta si incrociano, spesso distrattamente, fuggitivi senza neanche saperlo o volerlo. Tutto in un walzer triste che rivelerà una, due morti accidentali. Chi resta dovrà cercare nelle pieghe della propria anima il senso della vita stessa e, soprattutto, iniziare a viverla con una pienezza prima sconosciuta.

Un giovane professore universitario di origine turca che vive in Germania cade in conflitto con un padre un po’ gaglioffo per aver accidentalmente causato la morte di una donna la quale a sua volta si era prostituita per mantenere la figlia che invece vive ignara in Turchia tra movimenti rivoluzionari e terroristi ovviamente all’insaputa della madre stessa. In seguito la giovane turca incontrerà attraverso le trame misteriose del fato una giovane tedesca, arrivando però a incrinare il di lei rapporto con la madre, una Hanna Schygulla che con il suo personaggio ci trasmette tutto l’affetto del regista per il grande Fassbinder. Anzi la Schygulla sembra quasi stendere un ponte ideale tra l’illusione di una giovinezza già irruenta e un fatalismo velato di cinismo proprio di chi ha conosciuto la vita collezionando cicatrici nel tentativo di nascondersi dall’evidenza della morte. Quella stessa che invece con la sua ineluttabilità aiuterà a liberare l’amore stesso per la vita. E’ magnifica la sequenza della Schygulla che piange disperata per giorni chiusa in una stanza d’albergo prima di riscoprire il coraggio di vivere anche per colei che non c’è più. Così come infine il giovane professore assaporerà il perdono per il padre reo solo di non essere stato ciò che le fantasie del figlio volevano. Lì il film si ferma, con il giovane professore accucciato sull’arenile ad attendere colui che dal mare giungerà lasciando nei titoli di coda lo stesso futuro fatto di amore e consapevolezza adulta.

Una commedia amara impreziosita da una regia accorta che ci conduce per mano là dove vuole, attraverso una bella fotografia, fino ai confini del paradiso ritrovato non perduto. E a tratti ci è anche parso di scorgere qua e là le tracce lasciate da un maestro come Michelangelo Antonioni.

Dario Arpaio

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