la recensione di Dario Arpaio: Leviathan

Di , scritto il 09 Maggio 2015

AIl 4 giugno del 2004, in una cittadina del Colorado di 2500 abitanti, un uomo di nome Marvin John Heemeyer si tolse la vita, sparandosi con la sua pistola, chiuso nella cabina del caterpillar con il quale aveva appena distrutto 13 edifici, peraltro senza ferire nessuno. Le forze di polizia avevano tentato con ogni mezzo di fermarlo, ma nemmeno un cannone da 50 mm nulla aveva potuto contro la spessa corazza del caterpillar, che lui stesso aveva blindato. Perché era giunto a tanto? Il comune aveva deciso di costruire un cementificio a fianco della sua casa officina di fabbro. Così l’uomo veniva costretto a chiudere la sua attività e, dopo aver tentato invano ogni via legale per opporsi alla delibera, vessato e giunto all’esasperazione, aveva ideato la sua folle vendetta. Da questa amara vicenda il regista siberiano Andrei Zvyagintsev ha preso spunto per il soggetto del suo terzo film Leviathan. Quest’ultimo è stato subito apprezzato da pubblico e critica come già per i due precedenti, pure premiato per la Miglior Sceneggiatura a Cannes 2014, si è aggiudicato anche il Golden Globe 2015 come Miglior Film Straniero, ed è stato inserito nella cinquina della notte degli Oscar.

Il titolo richiama l’immagine del mostro marino che compare nella Bibbia, nel libro di Giobbe, e si rifa, sebbene indirettamente a detta dello stesso regista, all’opera di Hobbes, il filosofo inglese che nella prima metà del 1600, ipotizzava la perfetta coesione dei poteri forti di Stato e Chiesa. Sono proprio questi a simboleggiare il mostro che nel film schiaccerà il povero Kolia, protagonista centrale della vicenda. In un piccolo paese del nord ovest della Russia, il sindaco decide di espropriare a suo uso e consumo la casa e l’officina di Kolia. Nulla possono i tentativi del povero meccanico per opporsi al sopruso. Nemmeno con l’appoggio di un amico, un avvocato rampante giunto da Mosca in suo aiuto. A nulla valgono neppure le preghiere della moglie di Kolia che gli chiede di desistere dal fronteggiare il sindaco per andare altrove a costruire una nuova vita. Kolia e gli altri personaggi saranno costretti a soccombere in un crescendo cecoviano senza la minima possibilità di scampo. Lui perderà tutto e verrà tradito negli affetti più cari. Il mostro della burocrazia annienterà ogni sua possibilità di resistenza.

“Puoi tu pescare il Leviathan con l’amo e tener ferma la sua lingua con una corda?” predica il sinistro pope del film nella sua omelia. Se e quando il potere della Chiesa appoggia e fa da scudo al potere dello Stato, all’individuo non rimane scampo. Ogni libertà viene oppressa, soggiogata.B

Gli uomini tutti si agitano e corrono come se le loro vite significassero qualcosa piuttosto che pochezza e finitudine. Il regista sembra ricordarci come siano un nonnulla di fronte al silenzio immoto della roccia di fronte all’onda dell’oceano che lambisce una terra grigia, così come altrettanto testimoniano le immagini dei relitti arrugginiti e il bianco scheletro della balena che appaiono e riappaiono nelle ipnotiche immagini del film. La macchina da presa del regista rimane assorta, in estasi davanti alla fissità del tempo che irride i piccoli uomini i quali altro rifugio non trovano se non quello di sfogarsi miseramente, sparacchiando a bottiglie vuote e ubriacandosi di vodka. Nulla altro è ironicamente opponibile alla burocrazia corrotta che, a tratti vede vacillare il suo stesso potere. Leviathan è film di rara bellezza, magistralmente diretto da Andrei Zvyagintsev, forte di una fotografia superba, tra i grigi paesaggi delle coste del nord ovest della Russia che si affacciano sul mare di Barents e all’animo dello spettatore.

Dario Arpaio



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