Olmi e Il Villaggio di Cartone

Di , scritto il 08 Ottobre 2011

Il Villaggio di Cartone è l’ultima opera del maestro Ermanno Olmi che ha suscitato interesse e grande clamore alla presentazione fuori concorso durante l’ultimo festival di Venezia, dove le dichiarazioni del grande regista hanno avuto l’eco di un tuono. “Non credo più alle chiese religiose, laiche e culturali”, questo è quanto Olmi ha voluto affermare con forza. Il film, nato dopo una profonda riflessione, è frutto di un percorso intellettuale denso di significati e di provocazioni. Non è, come si potrebbe pensare, un apologo a favore dei migranti, ma è una esortazione che lancia pesanti interrogativi per ognuno di noi. Siamo noi la domanda e la risposta ai cambiamenti della Storia, non le ombre che arrivano dal mare e che tanto temiamo. Se restiamo ancorati ai dogmi religiosi o laici, perdiamo la visione nitida di un presente in corsa verso un futuro ineluttabile.

La trama del film è nota. Un vecchio prete, interpretato intensamente da Michael Lonsdale, deve subire la dismissione della sua chiesa, ormai priva di fedeli. Altamente drammatica è la sequenza della deposizione del crocifisso, della copertura delle statue della Vergine e dei santi, alla quale l’anziano parroco tenta di opporsi vestendo i paramenti, correndo ad aggrapparsi all’altare, pregando, implorando. A nulla vale il suo penoso e disperato tentativo. La chiesa si deve chiudere, svuotare, viene consegnata dagli operai alla polvere e al silenzio. Al prete non rimane che la sua solitudine colma di drammatici dubbi sofferti nei suoi miseri monologhi ad alta voce.

In una notte di temporale si rifugiano nella chiesa dei clandestini. E Olmi li compone in un presepio, con una Maddalena, una Madonna con bambino, un Giuda, ma anche con dei terroristi dinamitardi in procinto di attentare. Sono inseguiti, braccati, ricercati. Le forze dell’ordine non tardano ad arrivare. La legge degli uomini è più forte della pietà, della pietas, della compassione. E’ lo specchio della paura nei confronti del diverso. E Olmi, invece, ci invita a inginocchiarci davanti a lui, in nome dell’accoglienza, di quella umanità che il nostro tempo malato ignora. Tutti i personaggi hanno una voce che va ascoltata come in un coro, ognuno con il suo timbro disperato. Poi nulla resta più, solo l’immagine di un naufragio che arriva, muta, da uno schermo televisivo.

E’ potente questo film di Ermanno Olmi, e dire che non aveva pensato di girarlo, ritirandosi nel documentarismo, a lui tanto caro, quello delle origini, ma che la sua anima e il suo cuore gli hanno reclamato a gran voce. Ne Il Villaggio di Cartone sono preziose tutte le inquadrature. Trasudano una maestria, una consapevolezza dello strumento cinematografico rara. Andrebbero gustate, apprezzate una per una, alla moviola, e ognuna procurerebbe ancora più emozione e tanta più ammirazione per l’opera di un grande maestro che non ha paura di gridare la sua indignazione, la sua esortazione, la sua speranza.

Dario Arpaio

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