La Recensione di Dario Arpaio: Birdman

Di , scritto il 08 Febbraio 2015

ABirdman è il film che di nuovo consacra Alejandro Gonzalez Iñárritu come uno dei pochi registi capace di infondere linfa nuova e sanguigna al cinema, e non solo di matrice hollywoodiana. Il cinquantenne regista messicano ha raccolto così tanti riconoscimenti in poco più di un decennio, quanto ad altri non sia stato dato di ottenere in tutta una carriera. Con Amores Perros (2000) Iñárritu si è affacciato prepotentemente sulla ribalta del cinema che conta. 21 Grammi (2003) e Babel (2006) hanno anticipato ciò che Biutiful (2010) ha poi ribadito prepotentemente e in modo incontrovertibile. I suoi personaggi forti colorano le storie portate sullo schermo in quello che si potrebbe definire un gioco di specchi drammaticamente affascinante e coinvolgente. Ai suoi film si può eccepire una certa ridondanza di tematiche, a tratti apparentemente intrecciate in una narrazione involuta, ma mai banalizzata. Birdman è davvero uno dei migliori film apparsi sugli schermi nel 2014, così come lo intendono le più prestigiose testate. Difficile contraddirle.

Ineccepibile la candidatura a ben 9 Oscar in quella che sarà, quasi certamente, la notte delle conferme per questa magnificamente ipertrofica opera filmica. Birdman dovrà vedersela con Gran Budapest Hotel del magico Wes Anderson, che abbiamo già avuto modo di apprezzare. Da non sottovalutare anche Boyhood, la ‘novità’ di Richard Linklater, con i suoi 12 anni di vita reale condensati in tre settimane di riprese. Ma è Birdman a soffiare il vento della Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza, come recita il sottotitolo, sulle rasoiate sottili della macchina da presa di Iñárritu, perfidamente quanto lucidamente e ironicamente lanciate contro il cinema dei blockbuster, dei miti fantocci travestiti da supereroi; pure contro l’inarrestabile grottesca avanzata dei social network, capaci di banalizzare la realtà vera a favore dei ‘like’ e di una condivisa partecipazione sfrontatamente voyeristica; e infine contro un sistema che rende amaramente farlocca ogni speranza di felicità. I lunghi piani sequenza di Birdman, magnificamente preferiti da Iñárritu rispetto alle tecniche digitali, ci prendono per mano e ci conducono nei tortuosi cammini degli animi dei personaggi che si cercano e non si trovano se non con malcelata sofferenza nei confronti della realtà subita, mai agita.

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Ed ecco il fragile Riggen Thomson (Michael Keaton) percorrere la 44ema strada, a un isolato da Times Square, per entrare nel Saint James Theatre sulla Broadway nel tentativo, disperatamente caparbio e incosciente, di ricostruirsi una verginità artistica dopo la popolarità invadente del supereroe interpretato con grande successo di botteghino e ormai dimenticato dopo ventanni di assenza dalle scene. Sono gli ultimi tre giorni che separano dalla prima del suo ambizioso adattamento per le scene di un racconto di Raymond Carver, ‘Di cosa parliamo quando parliamo d’amore’. Scelta ardua per un attore abituato a vestire i panni di un supereroe. Il suo personaggio è ancora in lui e lo blandisce nella mente che non gli appartiene più, vittima della fama sperperata tra realtà e illusione. Nella sua avventura teatrale è attorniato dal fedele amico produttore (Zach Galifianakis), da un’attrice che sogna Broadway (Naomi Watts), da un attore di successo pronto a tutto pur di emergere (Edward Norton), dalla figlia tossica in cerca di se stessa (Emma Stone), dalla amante confusa e dalla ex moglie. Ed è forse quest’ultima, interpetata da Amy Ryan, a rappresentare l’equilibrio che non c’è, la famiglia nei suoi elementari affetti sacrificati alla vacuità effimera del successo.

New York appare magicamente matrigna, non regala nulla all’improvvisazione. Solo i migliori vincono e a volte una seconda chance preclude per sempre il futuro. Tutta la narrazione si svolge dentro e attorno al Saint James Theatre, dove al contrario di ciò che può essere Riggen, hanno recitato grandi attori come Geraldin Page e Marlon Brando [che ebbe uno straordinario successo con il suo Kovalski in Un tram chiamato desiderio di Tennessee Williams]. I corridoi, le scale del St James avvolgono i personaggi che li percorrono come attraversassero i labirinti dell’anima. Il teatro respira l’attesa della prima. Il palco, i congegni, i macchinari, le luci attendono lui Riggan e la sua illusione in uno spettacolo a sé. Fuori, i cupi grattacieli di Manhattan sono spettatori assenti, disillusi e distanti rispetto alla pochezza degli esseri umani. La batteria suona il jazz, incalza ogni battuta senza essere invadente, scandisce il ritmo sincopato di un dramma annunciato. Magnifica la colonna sonora di Antonio Sanchez, così come la fotografia di Emmanuel Lubezki (Gravity, Tree of Life). Tutto è perfetto nel Birdman di Iñárritu, ogni dettaglio, ogni inquadratura, ogni semplice movimento del capo sono ordinati in una prova registica autoriale da grande cineasta.

Dario Arpaio

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