Il potere del cane (2021): la rinascita definitiva (e alternativa) del western

Di , scritto il 07 Dicembre 2021

Un western crudele e intimista, volgare e romantico, d’autore e allo stesso tempo destinato al grande pubblico di Netflix (in questo caso un grande produttore). Un film giocato sui dualismi, sui difficili e profondi legami familiari, sull’amore, sull’odio, sulla solitudine e sulla complicata intimità dei personaggi (cioè delle persone). Uno spettacolo silenzioso e fastidioso, elegante e sudicio. Un’opera dissacrante e tecnicamente ineccepibile, una delle migliori opere d’arte cinematografica di quest’anno ormai agli sgoccioli, forse la migliore…

Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 1967 di Thomas Savage, presentato alla 78ª Mostra internazionale del cinema di Venezia, dove Jane Campion ha conquistato il Leone d’argento-Premio speciale per la regia. Il potere del cane è un film enigmatico, un’opera intima, un western atipico, ricercato, solenne che porta il genere ad un livello ancora più alto e moderno rispetto a First Cow, opera del 2019 scritta e diretta da Kelly Reichardt.

Montana, 1925. Phil (Benedict Cumberbatch) e George (Jesse Plemons)sonodue fratelli che possiedono un grande ranch. Quando il secondo si sposa con la fragile Rose (Kirsten Dunst), Phil, crudele e autoritario, inizia a tormentare la moglie del fratello e Peter (Kodi Smit-McPhee), il giovane figlio della donna, con il quale il cowboy instauerà un enigmatico e al quanto ambiguo rapporto che porterà ad un inaspettato finale che rovescerà le prospettive fin qui create.

La grandezza de Il potere del cane risiede in più aspetti dell’opera: trama, cast e profilo tecnico del film.

Per quanto riguarda la trama, la sceneggiatura, divisa in capitoli, è magistralmente scritta dalla stessa Jane Campion, dopo che il produttore Roger Frappier aveva acquistato i diritti del romanzo di Savage. I punti forti della scrittura cinematografica, in questo caso, come dovrebbe essere per tutti i film del genere, risiedono nella costruzione e nel mantenimento dei momenti di silenzio, nella dilatazione dei tempi che porta allo sviluppo della tanto amata e tanto necessaria suspense. La maturazione dei legami tra i personaggi, dei rapporti di odio e amore che si creano tra il soggetto e gli altri e tra il soggetto e sé stesso è studiata perfettamente nei minimi dettagli, tutte le caratterizzazioni sono singolari e d’impatto, così come la creazione dell’intera atmosfera.

Non si può non spendere due parole anche sul cast stellare del film: Benedict Cumberbatch si trova qui, forse, alla più grande prova della sua carriera, in modo realistico riesce a sporcarsi e a trasformarsi nel crudele, violento e omofobo cowboy Phil Burbank; riuscendo anche ad offrire al pubblico, in modo velato, i mostri e i segreti che logorano l’anima del suo personaggio. Kirsten Dunst, autrice anche lei di un gran lavoro interpretativo, è la malinconica, alcolizzata e vulnerabile Rose, vedova di un suicida e madre iperprotettiva.  La prova più importante, però, a mio avviso è quella del giovane classe 1996 Kodi Smit-McPhee, interprete del silenzioso e solitario Peter, l’unico vero personaggio positivo del film, il solo per il quale non provare né pena né disprezzo, quello sano tra la mischia di infermi che popolano il vecchio West qui rappresentato.

Passando al profilo tecnico dell’opera, Il potere del cane è composto da una sequenza (di durata pari a quella dell’intero lungometraggio) di immagini limpide ed esemplari, incredibilmente esenti da ogni imperfezione. Jane Campion, autrice di tutto ciò, supera sé stessa, supera la concezione di western (pur rimanendo fedele alle regole del genere) e capovolge le gerarchie per quanto riguarda le produzioni cinematografiche del 2021.


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