Il Cecchino di Michele Placido

Di , scritto il 04 Maggio 2013

Dopo il successo indiscusso di Romanzo Criminale, dopo i commenti troppo perbenisti al suo ottimo Vallanzasca, Michele Placido vola in Francia, chiamato a girare Il Cecchino, suo cimento nel ‘polar’, il genere ‘policier’+’noir’, transalpino per eccellenza, oggi alla ricerca di linfa nuova. Prova coraggiosa, se consideriamo il possibile confronto anche solo con i film di Olivier Marchal, 36 Quai d’Orfèvres su tutti. Ma Placido è regista capace, fine orchestratore, e non teme certo confronti. Il Cecchino ne è la prova, soprattutto nelle adrenaliniche scene d’azione. Nell’intreccio della vicenda la sceneggiatura invece tentenna, proponendosi ridondante e poco fluida. Placido ha dato il meglio di sé nel doversi districare in mezzo a troppi personaggi dai profili labili, senza spessore, non bene definiti dai due sceneggiatori, Melon e Brusseaux.

Un commissario segue le tracce di una banda di rapinatori di banche. Al momento dell’arresto, un implacabile cecchino spara sui poliziotti, coprendo la fuga dei suoi compari. Da quel momento è caccia all’uomo. Ma al duello tra il poliziotto e il gangster si frappone un terzo feroce assassino e la vicenda si complica inerpicandosi a fatica tra qualche colpo di scena, fino all’inevitabile tragico finale.

Placido ha diretto tre grandi attori, Daniel Auteuil, Mathieu Kassovitz e Olivier Gourmet, tra i quali spicca per intensità solo Kassovitz nei panni del cecchino. Gli altri danno certo buona prova di sé, ma solo formalmente. Nel resto del cast Luca Argentero e Violante Placido sono ininfluenti con i loro personaggi solo abbozzati da una sceneggiatura farraginosa che a tratti strizza l’occhio a Heat del grande Michael Mann.

Il regista esce vincente con la sua indubbia personalità di cineasta, e non avrebbe potuto far di meglio. Si percepisce l’eco del suo grande estro.

Eccellente la fotografia di Arnaldo Catinari che disegna una Parigi dal cielo plumbeo, cupo, opprimente, dove la lotta tra bene e male si confonde nei contorni, si dissolve sotto nubi incombenti che non danno respiro alla speranza di luce.

Dario Arpaio

 



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