Educazione siberiana, da Nicolai Lilin a Gabriele Salvatores

Di , scritto il 03 Marzo 2013

Gabriele Salvatores è il regista di Educazione siberiana, il riuscito film tratto dall’omonimo romanzo di Nicolai Lilin. I due si sono incontrati, conosciuti e intesi forse proprio sui disegni più intimi della storia. Il libro, criticato da qualcuno sulla veridicità della vicenda, è l’accorato racconto dell’autore intorno alle sue stesse origini, intrecciatesi con la caduta dell’impero sovietico e, in sostanza, con la scomparsa di un mondo, di una comunità, quella dei cosiddetti criminali onesti di etnia siberiana, destinati a non sopravvivere, nelle loro regole di vita, alla ventata di sfrenato consumismo che, dopo la caduta del muro di Berlino, ha dilagato ovunque nei paesi dell’unione, alimentando a dismisura solo i bisogni effimeri, di quelli che si nutrono del vuoto di valori.

Il film, in sintesi, narra dell’amicizia, del rispetto e dell’onore, dell’osservanza delle tradizioni attraverso quella che forse meglio si identifica con il termine inglese brotherhood, un forte senso di fratellanza in una comunità ristretta.

E’ Kuzja, il nonno del protagonista, l’autorevole capo della comunità dei criminali onesti, a occuparsi dell’educazione di suo nipote Kolima e degli altri ragazzi, tra i quali spicca Gagarin, un ribelle irriducibile. Si può e si deve rubare, ma solo allo Stato sovietico, alle banche, agli usurai. Si possono uccidere i poliziotti, ma le armi sono sacre. Le donne e i più deboli vanno difesi a costo della propria vita. Gli handicappati vanno onorati, accuditi. Il denaro è sporco, va disprezzato, non deve nemmeno varcare la soglia della casa dove si vive, seppellito semmai in giardino. La droga è bandita, è il male.

Un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare è l’insegnamento più profondo di nonno Kuzja ai suoi ragazzi. La summa di una solida mistica elementare. Su ogni regola, su ogni aspetto della vita della comunità sta la benedizione della Madre Siberia, origine della comunità.

I due ragazzi protagonisti si separeranno intraprendendo strade diverse. Kolima seguirà gli insegnamenti del nonno e il cammino da lui indicato. Gagarin rifiuterà le regole della comunità, si perderà, pervaso da un forte bisogno di riscatto attraverso il denaro che gli lascerà il vuoto nel cuore.

Salvatores, nel suo essere un fine cineasta, ha compiuto un ulteriore salto di qualità con un film internazionale, co-prodotto dalla Cattleya con un costo di 9 milioni di euro e girato quasi interamente in Lituania. Il che, tra l’altro, ha portato a fronteggiare condizioni ambientali dure, quasi sempre a -30°, comportando anche uno sforzo considerevole, sotto ogni punto di vista, fisico e tecnico.

Il film si avvale di un cast forte della presenza di un superbo John Malkovich, nel ruolo del carismatico nonno Kozja. Ma tutti gli attori principali, da noi assolutamente sconosciuti, con in testa Arnas Federavicius (Kolima) e Villius Tumalavicius (Gagarin), danno corpo e sostanza alla sceneggiatura alla quale ha contribuito anche l’autore del romanzo Nicolai Lilin. Lui stesso è stato molto corteggiato dalle major americane, che intendevano ridurre il successo di Educazione siberiana, già tradotto in 14 lingue, in un film d’azione. Fortunatamente Lilin non si è lasciato sedurre, trovando poi in Salvatores un lettore sensibile, che ha saputo e voluto sintetizzare delicatamente l’intimità del romanzo, facendone un film degno di ammirazione. Unica licenza poetica, per così dire, Salvatores se l’è presa con la sequenza dei ragazzi in giostra sulle note di Absolute Beginners. Per il resto del film si è avvalso delle musiche dell’amico Mauro Pagani, lo stesso di sempre. Va un plauso alla fotografia di Italo Petriccione, forte di una colorazione satura davvero efficace, ancora di più considerate le difficoltà ambientali.

Il film Educazione siberiana ci lascia così, con il senso drammatico di un’esistenza, quella del protagonista, che deve attraversare la scomparsa del suo mondo, lottando, sopravvivendo a ogni costo alla violenza e alle atrocità.

Lilin racconterà ancora di Kolima dopo Educazione siberiana. Il giovane, dopo essere stato cooptato nei reparti speciali dell’esercito russo e inviato a combattere in Cecenia nel secondo romanzo, Caduta libera, riuscirà a ritrovare il filo della sua vita nel terzo, Il respiro del buio, quando raggiungerà, in un viaggio quasi iniziatico, il nonno ritiratosi in solitudine in Siberia, per riunirsi egli stesso, in purezza, al respiro della foresta. Forse anche in questo sta il senso ultimo che Salvatores ha letto in Educazione siberiana, arrivando a portare sullo schermo un film capace di creare nell’indifferenza dilagante, come lui stesso ha affermato in un’intervista, qualche crepa emotiva in cui si può infilare una riflessione.

Dario Arpaio

 


1 commento su “Educazione siberiana, da Nicolai Lilin a Gabriele Salvatores”
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