La recensione di Dario Arpaio: L’Ultimo Lupo

Di , scritto il 02 Aprile 2015

AJean Jacques Annaud è uno dei pochi cineasti capace di generare film di successo con animali selvatici protagonisti di storie forti. Dopo orsi e tigri, è venuto per lui il tempo dei lupi. Ed ecco sugli schermi L’Ultimo Lupo. Il film che ha usufruito di un budget di 40 milioni di dollari, con il suppporto di circa 500 tecnici, 200 cavalli, un migliaio di pecore, circa 30 lupi e una cinquantina di addestratori interamente girato in Mongolia. Personalmente ritengo che gli animali selvatici, ancora di più i grandi predatori, debbano essere preservati nel loro proprio ambiente e non addomesticati ai fini di uno spettacolo. Vanno rispettati e per conoscerli sono ampiamente esaustivi i tanti mirabili documentari sul loro comportamento, sulla loro vita vera, autenticamente selvaggia. Ma addomesticarli, utilizzarli per girare un film di cassetta, seppure di pregevole fattura, è un arbitrio discutibile.

Ciò detto va ricordato come lo stesso WWF, il salotto bene dell’ambientalismo, abbia più che apprezzato il film di Annaud proponendolo come ulteriore accento alla campagna ‘Adotta un lupo’ intesa a diffondere la conoscenza e la salvaguardia di questo superbo animale.

L’Ultimo Lupo è basato sul romanzo Il Totem del Lupo di Jian Rong, pseudonimo dell’intellettuale, già dissidente di piazza Tienanmen, Lu Jiamin, opera che ha avuto nella stessa Cina un successo strepitoso, divenuto oltre ogni aspettativa un bestseller che ora viene anche letto nelle scuole. La vicenda narra di un giovane studente di Pechino che, come tutti i suoi coetanei, viene destinato al lavoro nei campi. E’ il 1967 agli albori della rivoluzione culturale di Mao e gli studenti devono lasciare i libri per vivere con il popolo i dettami del partito. Così Chen il giovane protagonista si ritrova nella Mongolia orientale con il compito di guadagnarsi da vivere insegnando ai nomadi a leggere e scrivere. Lo stesso autore del romanzo ha vissuto per undici anni una analoga esperienza che ha profondamente segnato il suo modo di essere e di vedere la vita. Lui, come il protagonista, giovani studentelli di città, viene a contatto con la saggezza del popolo mongolo, con la sua antica tradizione vissuta nel più profondo rispetto della Natura, dei suoi segni, del suo respiro magico dove il lupo è considerato una creatura divina più che un nemico da combattere. Il mito si fonde con la religione animista in una visione della vita applicata con rispetto devoto e rigore fino a che il partito del popolo decide per quella parte di steppa la conversione dal nomadismo all’agricoltura. Ciò segna la fine di un equilibrio naturale e parallelamente la necessità sviluppata dal partito di procedere allo sterminio dei lupi mongoli. Il giovane Chen sottrae un cucciolo alla strage e da quel momento si sviluppa un crescendo di emozioni che lo segneranno profondamente. Il vecchio saggio del villaggio condanna l’azione del ragazzo ribadendo che non si può e non si deve crescere un dio come uno schiavo. Ma tant’è…

B

Il film è certamente godibile per la fotografia di scenari mozzafiato e offre alcune sequenze memorabili, come quella della tempesta nella steppa. Ha dialoghi sempliciotti, dal tono favolistico, adatti anche a un pubblico infantile. Splendide le inquadrature dei lupi che, come dire, recitano una storia a lato. Combattono uniti per la sopravvivenza che gli uomini negano a chi ostacola il presunto progresso. Il lupo è un predatore fortemente iconico in ogni cultura. Solo l’ignoranza e la grettezza lo temono. Deve essere protetta e salvaguardata la sua libertà selvaggia nella migliore accezione del termine, per la sopravvivenza della specie che, volenti o nolenti è collegata anche con la nostra.

Dario Arpaio


1 commento su “La recensione di Dario Arpaio: L’Ultimo Lupo”
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