La Recensione di Dario Arpaio: Vizio di Forma

Di , scritto il 01 Marzo 2015

B (2)Thomas Pynchon è acclamato come uno dei massimi esponenti della letteratura nordamericana postmoderna. E’ molto amato in tutto il mondo per i suoi libri. Su di lui circolano anche curiose leggende sulla sua determinata ossessione a non comparire, a rimanere nell’ombra, lontano dai riflettori, quali essi siano. Di lui pare non esistano immagini attendibili. L’unica (e sola) risalerebbe ai tempi dell’adolescenza e quindi non tale da rendere la sua fisionomia odierna riconoscibile, essendo lui nato nel ’37. Si possono gustare le eccentriche, insolite ‘apparizioni’ in forma di cartoon in tre diversi episodi dei Simpson, il primo nel 2004, dove, con il volto rigorosamente coperto da un sacchetto di carta, affianca Marge… I suoi libri sono uno schianto di bellezza formale, giusto per sintetizzarne una definizione, peraltro limitativa, e mai nessuno, prima del 44enne regista Paul Thomas Anderson, aveva neanche lontanamente pensato ad una trasposizone cinematografica dei suoi complessi affascinanti romanzi. Anderson ha elaborato per lo schermo una sceneggiatura quanto più fedele possibile al romanzo Inherent Vice, ovvero Vizio di Forma, primo e unico cimento nel noir di Pynchon, edito in Italia da Einaudi.

Ed ecco Vizio di Forma, rigorosamente girato in pellicola e con un budget bassissimo. Ecco Pynchon secondo il raffinato cinema di Anderson, laddove si racconta un noir dalle tinte ironicamente fosche, nel quale vengono delineati, con un tocco di affettuosa e sapida nostalgia, i colori della vita americana dei primi anni ’70, quando andavano svanendo gli effetti giocosi dell’innocente fantasia hippies per un rigurgito del gretto piattume del successo a tutti i costi e senza superstiti.

Il protagB (1)onista centrale è Larry ‘Doc’ Sportello, uno strafumato detective privato, un personaggio romantico, a suo modo risultato di un ben dosato cocktail tra l’emblematicamente fascinoso dude Lebowski (gli stessi Cohen si ispirarono a Pynchon per creare il personaggio interpretato da Jeff Bridges) e il disincanto hardboiled di un Marlowe. Doc si ritrova, per certi versi suo malgrado, a danzare tra le tessere di un domino acido, tra improvvisi morti ammazzati e amori perduti, condito di innocenti spinelli e letali traffici di droghe pesanti, tra perbenismo interessato e slanci sinceramente amorevoli e amorosi. Tutto arriverà alla dovuta conclusione attraverso un carosello vorticoso di personaggi incredibili sostenuti da un cast di eccezione, tra gli altri Reese Whiterspoon, Owen Wilson, Benicio Del Toro, Eric Roberts, Martin Short.

Doc è un formidabile Joaquin Phoenix, attore caro a Anderson, che si farà languidamente coinvolgere dalla sua ex, Shasta (brava Katherine Waterston) nella ricerca del di lei nuovo amante, un ricchissimo quanto spregiudicato immobiliarista per nulla incline alla difesa dell’ambiente. Il tenente Christian ‘Bigfoot’ Bjornsen tallonerà Doc nella sua indagine, e ancora una volta Josh Brolin offre una prova eccellente di comprimario nella vicenda che si complica sequenza dopo sequenza, delineando i contorni di un sistema corrotto e corruttibile. Doc non sopporta i modi di Bigfoot, e certo preferirebbe evitare di farsi picchiare sul naso o coinvolgere nell’escalation dei traffici di eroina. Vorrebbe starsene in pace e dedicarsi anima e corpo al suo divano, al suo fumo preferito, del quale fa largo uso. Ma ha il cuore tenero e non sopporta soprusi e ipocrisie borghesi e poi l’amore dovrebbe sempre trionfare…

C

Anderson lascia filtrare la nostalgia che traspare nel romanzo di Pynchon verso un tempo fanciullo che non tornerà indietro e sorride amaramente sull’idiozia crudele e selvaggia che impera pericolosamente e senza scampo, distruggendo ogni possibilità di libertà a favore del profitto a tutti i costi. Dopo il magnifico The Master, Anderson torna alla coralità dei suoi primi film (Magnolia, Boogie Nights), e se non raggiunge la perfezione de Il Petroliere, ha certamente il merito di avere portato Pynchon sullo schermo con un Vizio di Forma che non lascia turbati per il risultato atteso, ma viceversa diverte e ribadisce come il noir possa davvero raccontare l’America quasi meglio di ogni altro genere.

“Un grido attraversa il cielo. Non è la prima volta, ma ora è quasi inaudito.” (T.Pynchon da Gravity’s Rainbow)

Dario Arpaio



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