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	<title>solocine.it &#187; In sala</title>
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		<title>Hugo Cabret, il sogno non finisce mai</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 18:52:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Arpaio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il film Hugo Cabret è la prima volta di Martin Scorsese con il 3D, ed è subito corsa agli Oscar, con ben 11 nomination, tra le quali evidenziamo quelle meritatissime al nostro grande scenografo Dante Ferretti e all&#8217;immancabile apporto dei costumi della sua signora Francesca Lo Schiavo, già pluripremiati con la statuetta dorata. Scorsese sceglie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2012/02/hugocabret.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7621" src="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2012/02/hugocabret.jpg" alt="" width="355" height="251" /></a>Il film <em>Hugo Cabret</em> è la prima volta di Martin Scorsese con il 3D, ed è subito corsa agli Oscar, con ben 11 nomination, tra le quali evidenziamo quelle meritatissime al nostro grande scenografo Dante Ferretti e all&#8217;immancabile apporto dei costumi della sua signora Francesca Lo Schiavo, già pluripremiati con la statuetta dorata.</p>
<p>Scorsese sceglie il 3D forse anche per estendere, con l’innovativa tecnica di ripresa, il suo personale affettuoso omaggio a Georges Méliès, il grande mago degli albori della settima arte, il quale fu capace di esaltare i sogni del pubblico con i marchingegni più arditi e spettacolari, letteralmente inventando il cinema come oggi è diventato.</p>
<p>I fratelli Lumière filmavano l’arrivo del treno alla stazione di <a href="http://www.solotravel.it/25082011/cassis-le-calanques-e-il-tratto-di-costa-tra-marsiglia-e-tolone/" target="_blank">La Ciotat</a> e il pubblico di fine Ottocento andava in delirio per quella brevissima intensa emozione, ma fu Méliès il vero inventore, il grande precursore della magia degli effetti speciali sullo schermo. Noi lo conosciamo poco, forse inconsapevolmente dimentichi del suo grande genio. Così ci pensa Scorsese a ricordarcelo, a raccontarcelo con devozione, prendendo spunto dal libro di Brian Selznick, parente di quel Selznick produttore di <em>Via con Vento</em>, tanto per restare nella storia del cinema.</p>
<p>Hugo Cabret è un ragazzino solo. Vive regolando i grandi orologi della stazione di Montparnasse, arrampicandosi, incuneandosi tra i grandi meccanismi, azionandoli, oliandoli a dovere. Nessuno lo vede. Neppure il terribile ispettore di polizia ferroviaria, nemico giurato dei vagabondi e degli orfani, dal quale Hugo deve spesso sfuggire. La vicenda, dai velati accenti dickensiani, è ambientata nella Parigi degli anni ’30 e grande merito va al lavoro di ricostruzione della coppia Ferretti-Lo Schiavo, davvero superlativa.</p>
<p>Hugo è il piccolo padrone del tempo degli orologi, ma rimane legato al suo passato, alla tragica morte del padre, del quale conserva il sogno di rimettere in funzione un automa dal meccanismo raffinato e misterioso. La vita di Hugo si arrotola e srotola tra il sogno, la fantasia e le grandi ruote dentate degli ingranaggi del tempo, ma è solo. Almeno fino a quando incontra la figlioccia di un acido e ombroso giocattolaio che se ne sta chiuso nel suo chioschetto angusto. Il destino unisce Hugo a quello che altri non è che Méliès, dimenticato da tutti.</p>
<p>La trama si infittisce di colpi di scena fino all&#8217;immancabile happy end, ma tutta la vicenda è pretesto per il grande atto di <a href="http://www.topbanner.it/lr/lr.php?i=402"  onMouseover="window.status='External link'; return true" onMouseout="window.status=''" onclick="return alinks_click(this);" title="amore"  rel="external">amore</a> che Scorsese dedica, con garbo, al cinema, alle sue magie, ai suoi momenti di esaltazione, di abnegazione, senza trascurare la necessità di far cassetta, con quella che rimane l’unica industria capace di vendere i sogni e, a volte di realizzarli, pur facendo quattrini a palate.</p>
<p>Gli interpreti sono tutti degni di apprezzamento. In particolare il ragazzino, al quale dà il volto Asa Butterfield, già ammirato nel commovente <em>Il ragazzo con il pigiama a righe</em>. Che dire poi di sir Ben Kingsley nei difficili panni di Méliès. Sacha Baron Cohen è il buffo ispettore cattivo. A loro si affiancano altri grandi nomi, Christopher Lee, Jude Law, ma chi sarà capace di riconoscere Johnny Depp o in grado di individuare, tra i personaggi citati da Scorsese, un giovane Salvator Dalì o Django Reinhardt?</p>
<p>E’ la Parigi degli anni ’30, lo scrigno dove è rimasto celato un passato di meravigliosi fermenti. E forse solo per felici e fortuite coincidenze è la stessa scelta voluta da Woody Allen per ambientare l’ultimo suo film, uno dei migliori in assoluto, per raccontare la magia della mezzanotte. La stessa che Hugo contempla dagli oblò della stazione, dai quali la macchina da presa di Scorsese s’invola forse a incocciare nella luna di Méliès, quella acciaccata dal razzo sfacciatamente atterrato sul suo suolo, per stupirci, nel buio della sala dei sogni.</p>
<p>Dario Arpaio</p>
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		<title>A.C.A.B., sbirri duri e puri secondo Sollima</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 22:06:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Arpaio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il nostro cinema tende ad adagiarsi più sui facili guadagni delle commediole dalla risata facile facile, salvo andare a cercarsela altrove (vedi Benvenuti al Nord e sequel nostrani, si fa per dire). E’ certamente più arduo, commercialmente parlando, tentare strade nuove, alla ricerca di un’identità diversa, più degna di nota. Il cinema francese, per esempio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2012/01/acabthemovie.jpg"><img class="alignleft  wp-image-7570" src="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2012/01/acabthemovie.jpg" alt="" width="270" height="179" /></a>Il nostro cinema tende ad adagiarsi più sui facili guadagni delle commediole dalla risata facile facile, salvo andare a cercarsela altrove (vedi <em>Benvenuti al Nord</em> e sequel nostrani, si fa per dire). E’ certamente più arduo, commercialmente parlando, tentare strade nuove, alla ricerca di un’identità diversa, più degna di nota.</p>
<p>Il cinema francese, per esempio, è capace di offrire, grazie anche a una diversa considerazione governativa, sia commedie originali e di pregio, sia nuove idee nei confronti di generi non proprio tradizionali (vedi <em>La Horde</em>). Da non dimenticare la grande matrice dedicata al noir, dove, per esempio, un cineasta come Olivier Marchal è stato capace di trasformare le proprie esperienze di sbirro estrapolandole nel grande cinema, potendo avvalersi anche dell’interpretazione di ottimi attori come Daniel Auteuil o Depardieu.</p>
<p>Eppure anche da noi c’è chi il cinema lo sa fare, e bene, se non meglio, salvo poi ricevere magari critiche negative per avere portato sullo schermo vicende di malavita crude (il Vallanzasca secondo Placido), tali da offendere la sensibilità di qualcuno. Eppure nessuno, per esempio negli USA, ha mai obbiettato all’uscita di film dedicati a questo o quel delinquente assassino (non occorre citarli, ce ne sono così tanti). A volte il provincialismo di certa parte della nostra cultura mediatica si ostina nel proteggere quel piccolo orticello che nutre tante povere anime perse, le quali non saprebbero di che parlare o di che scrivere se non si trincerassero dietro parvenze soloniche appoggiate sul niente.</p>
<p>In controtendenza, un film nero di gran successo (e pregio) è stato quel <em>Romanzo Criminale</em>, diventato poi oggetto di due fortunate serie televisive, tanto da divenire opere cult. Il loro bravo regista Stefano Sollima ha approfittato dell’esperienza acquisita per portare il suo originale passo narrativo in un mondo assai poco conosciuto o mal frequentato, quello degli sbirri, anzi dei celerini, quelli della Mobile, quelli che vivono in strada, assai poco amati, a volte temuti, mai compresi. Sono loro i tutori dell’ordine che intervengono di manganello contro i teppisti allo stadio, beceri adoratori della guerriglia urbana piuttosto che del bel gioco in campo. Sono sempre loro, i celerini, a essere stati i principali protagonisti delle dure violenze compiute ai danni di studenti inermi in quella notte d’orrore alla scuola Diaz durante il G8.</p>
<p>Tutti gli sbirri sono bastardi, questo è il significato dell’acronimo A.C.A.B., creato dagli skinhead inglesi negli anni ’70. Sollima trova fertile terreno nell&#8217;omonimo <a href="http://www.ibs.it/code/9788806194697/bonini-carlo/acab-all-cops-are.html?shop=254" target="_blank">romanzo di Carlo Bonini</a>, giornalista de La Repubblica, affidandone la sceneggiatura allo stesso trio vincente della fiction televisiva sulla banda della Magliana, ovvero Daniele Cesarano, Barbara Petronio e Leonardo Valenti. Così via con la scelta del cast, perfetto con un grande Pierfrancesco Favino,  insieme con Filippo Nigro, Marco Giallini, Andrea Sartoretti, nel ruolo dei veterani che accolgono la ‘spina’ Domenico Diele.</p>
<p>Con i soprannomi di Cobra, Negro e Mazinga sono loro la squadra di pronto intervento, sempre in prima linea con scudo e manganello. Ma sono anche qualcosa di più, sono fratelli, in un cameratismo a volte eccessivo, comunque vitale, forte, virile. Favino è Cobra, l’unico a non avere vincoli familiari. E’ lui a sentire più forte il vincolo con i compagni. Ha una croce celtica tatuata sulla schiena e simboli fascisti sparsi per la casa e nel cuore. Per Cobra l’appartenenza alla Celere è una missione al servizio dello Stato, quello stesso che si dimentica dei suoi figli più fedeli. Ma è calato in una logica sbagliata e non può fare a meno di correre sempre sul filo del rasoio, dove, da un lato e dall’altro, non trova altro che la violenza, e l’aggressione.</p>
<p>Sollima ci mostra degli uomini in guerra, calati in una dimensione di odio che non si può controllare. Il vero nemico è l’odio che subdolamente può scatenare, in ogni istante, una scintilla capace di causare deflagrazioni poi difficili da controllare. E’ tutta la nostra società che vive immersa in questa stortura. La stessa che autorizza i comportamenti dei furbetti, che li tollera, lasciando un senso di frustrazione in chi invece cerca di vivere secondo le regole della legge naturale degli uomini in un contesto civile. I celerini, sono loro i veri proletari di oggi, come scriveva Pasolini in un momento in cui la sua affermazione suonava come una bestemmia. Possono sbagliare, possono cadere nell’eccesso, a volte trovarsi coinvolti nella tragedia, scientemente o meno, ma sono pur sempre loro l’unico baluardo contro il caos. Il film ACAB di Sollima ha il merito di non prendere posizione. Si limita a mostrare gli effetti della violenza nelle sue ramificazioni che, alla base di tutto, si nutrono dell’ignoranza e della paura di ciò che non si conosce. Non si può trovare il bene senza che questo non mostri almeno qualche aspetto oscuro. La giovane recluta, l’ultimo arrivato nella squadra, sarà lui a far comprendere (o forse no) ai veterani il desiderio di legalità che rimane al di sopra di ogni volontà di sopraffazione.</p>
<p>Un elogio va al regista che coraggiosamente propone un film duro (e molto ben fatto) tale da far riflettere. Pierfrancesco Favino, poi, è esemplare nel dare corpo e anima al personaggio del Cobra. In fondo è capace di suscitare simpatia, anche quando ne propone il lato più becero. Il Cobra è sincero.</p>
<p>Dario Arpaio</p>
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		<title>La parabola tutta umana delle Sette Opere di Misericordia</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 18:39:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Arpaio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sette Opere di Misericordia è il primo lungometraggio dei gemelli Gianluca e Massimiliano De Serio. E’ stato proiettato nei festival e nelle rassegne di mezzo mondo prima di arrivare sul grande schermo di casa nostra e, va detto, ovunque ha suscitato interesse e ammirazione. I due fratelli provengono da una lunga gavetta di corti, documentari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2012/01/setteopere.bmp"><img class="alignleft  wp-image-7513" src="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2012/01/setteopere.bmp" alt="" width="258" height="172" /></a>Sette Opere di Misericordia</em> è il primo lungometraggio dei gemelli Gianluca e Massimiliano De Serio. E’ stato proiettato nei festival e nelle rassegne di mezzo mondo prima di arrivare sul grande schermo di casa nostra e, va detto, ovunque ha suscitato interesse e ammirazione.</p>
<p>I due fratelli provengono da una lunga gavetta di corti, documentari e audiovisivi che ne hanno formato il carattere artistico, segnando il passo verso il cinema autoriale di livello. I De Serio sono di Torino ed è la periferia suburbana della grande città il teatro della vicenda dove si sviluppa la trama del film.</p>
<p>Le sette opere del titolo vengono snocciolate una dopo l’altra a introdurre i quadri in forma didascalica dichiarata. Lo spunto originale è quello dei Vangeli, certamente, ma il senso non è quello della catechesi. L’occhio è tutto sull’umanità degli ultimi che viene scandagliata dai due registi. Non c’è Dio nella baraccopoli dove trova temporaneo rifugio la giovane moldava, pagandosi un letto dentro un furgone con furtarelli e borseggi. E’ la disperazione ad alimentare la tenacia della ragazza che è in cerca di nuovi documenti, di un’identità per fuggire da quel luogo di miseria. Non c’è Dio nel suo sguardo di animale in fuga. Casualmente incappa in un vecchio malato e ne fa la sua vittima predestinata. Si introduce in casa sua. Lo lega.  Lo chiude in uno stanzino e attende l’occasione propizia per il suo riscatto materiale. Il vecchio, poi, è un rigattiere che sopravvive riciclando pneumatici rubati. E’ molto malato. Entra ed esce dall’ospedale. Non respira altro che la desolazione della sua misera vita e si avvicina alla fine. Non c’è Dio in questa umanità desolata. La macchina da presa scava nei volti dei protagonisti. La realtà è tutta dentro l’obbiettivo e i due registi la estraggono, con ostinazione, per proporcela com’è, con l’audio in presa diretta, con lo sporco vivo, al punto che pare di poterlo toccare.</p>
<p>Le espressioni degli attori, i loro movimenti misurati o strappati alla paura, valgono più di un <a href="http://www.topbanner.it/lr/lr.php?i=389"  onMouseover="window.status='External link'; return true" onMouseout="window.status=''" onclick="return alinks_click(this);" title="Dialogo"  rel="external">dialogo</a> volutamente scarno, inesistente. Sono i gesti e i gemiti a narrare il dolore. La macchina da presa si muove poco, scruta nelle anime perse. Ma l’umanità dei due protagonisti è solo sospesa, non annientata. Si risveglierà unendoli nella <em>pietas</em>, l’uno all’altra, anche senza che Dio lo sappia.</p>
<p>Lo stile della narrazione è freddo, distaccato, essenziale, a tratti si crogiola un po’ nell’autocompiacimento, ma i due fratelli registi sanno toccare la sensibilità dello spettatore con alcune sequenze di grande effetto. Come quella, encomiabile, dove il volto della giovane si accosta a quello del neonato che piange, illuminando il buio teneramente, con una palla luminosa dai colori cangianti. E lo cheta. Sequenza di grande fascinazione per un pubblico che forse dovrà dedicare una attenzione particolare a questo film di non facile lettura.</p>
<p>Molto merito va ai due protagonisti, Roberto Herlizka, grandissimo interprete del nostro teatro, che propone il meglio delle fratture della sua maschera tragica, ela giovane Olimpia Melinte nei panni della moldava in fuga. Film insolito nel panorama del nostro cinema che pare dedito più alla cassetta facile, tralasciando il senso genuino della settima arte.</p>
<p>Dario Arpaio</p>
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		<title>La Talpa secondo Tomas Alfredson</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 21:16:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Arpaio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il regista svedese Tomas Alfredson ci ha già fatto entrare in punta di piedi nell’intimità di una dodicenne vampira, incantandoci con la vicenda dei due giovani adolescenti vissuta sulla neve bagnata dal sangue delle vittime pur senza eccedere in nulla, eccellendo in tutto. Questo è stato Lasciami entrare, una favola dark frutto di una regia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2012/01/latalpa.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7459" src="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2012/01/latalpa.jpg" alt="" width="329" height="240" /></a>Il regista svedese Tomas Alfredson ci ha già fatto entrare in punta di piedi nell’intimità di una dodicenne vampira, incantandoci con la vicenda dei due <a href="http://www.topbanner.it/lr/lr.php?i=824"  onMouseover="window.status='External link'; return true" onMouseout="window.status=''" onclick="return alinks_click(this);" title="Giovani"  rel="external">giovani</a> adolescenti vissuta sulla neve bagnata dal sangue delle vittime pur senza eccedere in nulla, eccellendo in tutto. Questo è stato <em>Lasciami entrare</em>, una favola dark frutto di una regia più che encomiabile, davvero degna di nota, soprattutto se confrontata con altre pellicole di un filone più che inflazionato.</p>
<p>Con la medesima mano ferma Alfredson si è cimentato in un’impresa forse ancora più impegnativa, certamente ardua: portare sul grande schermo uno dei più bei romanzi di spionaggio mai scritti, <em>La Talpa</em>, opera cult di John Le Carré, senza scadere nel déjà-vu. L’autore stesso ha creduto nel regista svedese tanto da partecipare al film anche come produttore esecutivo. Il risultato è di nuovo straordinario, tale da far rientrare di diritto <em>La Talpa</em> di Tomas Alfredson nell’elenco delle grandi spy stories più raffinate, ancorché con un film tutto di parola contrapposto ai tanti titoli dilaganti stracolmi di effetti speciali.</p>
<p>Alfredson si àncora alle nebbiose atmosfere tratteggiate dal grande Le Carré, che fu capace di raccontare lo spionaggio durante la guerra fredda così come era, per averlo egli stesso vissuto in prima persona. Nel 1963, infatti, si trovò lui pure nel mezzo della torbida vicenda che vide smascherato il coinvolgimento della spia Kim Philby con il KGB. Come molti altri agenti di sua maestà anche Le Carré fu quasi costretto a cambiare mestiere avendo perso la copertura. Philby fuggì in Unione Sovietica, salvo.</p>
<p>La Talpa fu scritto nel ’74 e, in parte, trae spunto da quei fatti. L’MI6 secondo Le Carré però non è l’ufficio con a capo un burbero M e degli 007 con licenza di uccidere, ma un cupo palazzo dove è la burocrazia a dettare i tempi e le azioni dell’intelligence. Gli agenti sono impiegati grigi, che timbrano il cartellino per poi restare alle loro scrivanie, in silenzio, a testa bassa, con il compito di anticipare le trame del KGB, magari prima e meglio della CIA, pur di garantire all’impero di sua maestà la regina la possibilità di detenere ancora un ruolo di prestigio nello scacchiere politico internazionale, ormai diventato, in quegli anni, un affare a due, tra USA e URSS, visti, anche un po’ malinconicamente, da Le Carré come le due facce della stessa medaglia.</p>
<p>La trama de <em>La Talpa</em> è nota, ed è stata anche oggetto di una fortunata miniserie della BBC con protagonista il grande Alec Guinness.</p>
<p>Nel film di Tomas Alfredson il ruolo dell’ex agente Smiley, richiamato in gran segreto dal ministro in persona per smascherare il traditore di turno, è affidato a un perfetto Gary Oldman, ingrigito, impassibile, imperturbabile, impegnato in una delle sue migliori performances in assoluto. E’ lui Smiley, quello che deve rimettere a posto tutti i tasselli di una trama intricata, sfruttando ogni minimo dettaglio, frugando nel presente e nel passato, attento a ogni fruscio alle sue spalle, attraversando ogni ombra, per smascherare il traditore. Vien detto che tutto ciò che appare non è quel che si crede che sia, e ciò che è davvero, sfugge dall’esser visto. L’agente Smiley scivola in silenzio, osserva tutto, rimanendo quasi invisibile lungo le strade di una Londra livida. Lui sa, che da qualche parte, in quei palazzi si nasconde la chiave per risolvere l’enigma. Si lascia credere che la realtà sia una, quella che si vede, che si può toccare, ma Smiley diffida di chiunque. Sa che il suo nemico è l’astuto e potente Karla, uno dei più inafferrabili agenti sovietici e solo un piccolo insignificante dettaglio, una leggera noncuranza possono permettere di sconfiggerlo. Il traditore, alla fine, verrà punito. Ma la guerra continuerà e il nemico sarà ancora lì, oltre la cortina di ferro, pronto a tessere nuove trame.</p>
<p>Un ulteriore merito va dato a Tomas Alfredson per essersi avvalso anche della collaborazione dello stilista Paul Smith per ricreare puntigliosamente e in ogni dettaglio l’atmosfera degli anni ’70 e per vestire ogni personaggio con l’abito più adatto per connotarne il carattere. Il solo Smiley veste sempre in grigio ed è solo la fotografia, densa nei chiaroscuri profondi voluti da Hoyte Van Hoytema (lo stesso di <em>Lasciami entrare</em>) a esaltarne la figura e il ruolo.</p>
<p><em>La Talpa</em> si avvale di un cast che sfiora l’eccellenza con Colin Firth, John Hurt, Tom Hardy, Mark Strong, Ciaran Hinds e lo stesso Le Carré che si intrufola, in qualità di comparsa, in un party di Natale. Chi saprà riconoscerlo confuso in mezzo agli agenti durante un brindisi? …</p>
<p>Dario Arpaio</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>J.Edgar secondo Eastwood</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 19:22:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Arpaio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Clint Eastwood, classe 1930, torna al grande cinema con il suo J. Edgar, biopic su di uno dei personaggi più potenti e controversi della recente storia americana, J. Edgar Hoover, a capo dell’FBI per quasi 50 anni, che fu controllore e censore del pubblico e del privato, influendo direttamente o indirettamente sul costume di vita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2012/01/jedgar.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7412" src="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2012/01/jedgar.jpg" alt="" width="250" height="296" /></a>Clint Eastwood, classe 1930, torna al grande cinema con il suo <em><strong>J. Edgar</strong></em>, biopic su di uno dei personaggi più potenti e controversi della recente storia americana, J. Edgar Hoover, a capo dell’FBI per quasi 50 anni, che fu controllore e censore del pubblico e del privato, influendo direttamente o indirettamente sul costume di vita degli Stati Uniti. Eastwood ripercorre tutta la carriera di Hoover dagli inizi negli anni ’20, fino alla morte nel 1972, proponendo sullo schermo la figura di un sociopatico, ferocemente anticomunista, conservatore fino al midollo, nemico acerrimo della malavita organizzata, grande innovatore dei sistemi e dei criteri di indagine poliziesca, creatore e custode di una banca dati dei profili e dei segreti dei suoi connazionali. Potente nel suo Paese quanto disadattato e  fragile nel privato, ossessionato dalla figura materna, astuto e ambiguo, puritano e omosessuale, fondamentalista al punto di non lesinare a utilizzare a suo piacimento imbarazzanti risultati di investigazioni sulla condotta privata dei presidenti o delle loro consorti. Pronto a tutto pur di preservare, lecitamente o meno, il suo potere su quello che doveva essere il sistema secondo la sua personale visione. Un personaggio dai mille pregi e dagli innumerevoli difetti, impersonato da un super Leonardo Di Caprio, eccellente, perfezionista e in odor di Oscar. Così come certamente potrebbe essere considerato Jack Taggart per il trucco. Ogni giorno di riprese sono occorse non meno di sei ore per invecchiare il volto di Di Caprio, fino a rendere magnificamente un imbolsito Hoover alla fine dei suoi giorni. Intorno al protagonista fanno da corollario le due uniche donne della sua vita: la madre, interpretata da una straordinaria Judi Dench, dura e possessiva, e la segretaria di sempre, Naomi Watts, (forse) moglie mancata, ma fedele esecutrice muta e infaticabile degli ordini di un capo che non tentennava nel percorrere ogni via, lecita o meno, pur di detenere un potere assoluto, talvolta oscuro. Infine, il partner, amante (forse) mancato, interpretato da Armie Hammer, che ha accompagnato Hoover in ogni istante della sua personale guerra al crimine, ombra di un <a href="http://www.topbanner.it/lr/lr.php?i=402"  onMouseover="window.status='External link'; return true" onMouseout="window.status=''" onclick="return alinks_click(this);" title="amore"  rel="external">amore</a> troppo rischioso per la figura pubblica del capo indiscusso dell’FBI.</p>
<p>Eastwood, lui stesso repubblicano dichiarato, dirige un film cupo, disincantato, evidenziando ancora una volta, come già nelle sue precedenti opere, la fragilità di un grande sogno di libertà, quello americano, che via via è stato macchiato, a volte addirittura frantumato, oltrepassando il limite dove il male e il bene si mescolano, si fondono, irriconoscibili a se stessi, in un coacervo di vizi e di virtù.</p>
<p>Il cinema è ancora e pur sempre la grande arte capace di raccontare, di denunciare oppure, perché no, di manipolare il gusto del pubblico. Eastwood lo cita egli stesso con raffinata eleganza nel suo J.Edgar, nelle sequenze all’interno di un cinema dove vengono proiettati i film con il grande James Cagney, impegnato a interpretare alternativamente ruoli da gangster dal fascino canaglia o irreprensibili g-man, sempre esaltando il suo pubblico, affascinandolo, influenzandone, di volta in volta, il gusto e i favori, così come forse Hoover stesso avrebbe ambito a fare.</p>
<p>Dario Arpaio</p>
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		<title>Immaturi, Il viaggio &#8211; Trama e trailer</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 11:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicoletta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un cast di tutto rispetto per questa commedia, sequel di Immaturi 1, grande successo di botteghino. Tra essi: Raoul Bova, Ambra Angiolini, Ricky Memphis, Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e Luisa Ranieri. Questa la trama: Dopo le avventure della rimpatriata dovuta all&#8217;obbligo di ri-affrontare l&#8217;esame di maturità, i sette decidono di organizzare anche un viaggio di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2012/01/Immaturi_il_viaggio.gif"><img src="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2012/01/Immaturi_il_viaggio.gif" alt="" title="Immaturi_il_viaggio" width="203" height="270" class="alignleft size-full wp-image-7395" /></a>Un cast di tutto rispetto per questa commedia, sequel di <em>Immaturi 1</em>, grande successo di botteghino. Tra essi: Raoul Bova, Ambra Angiolini, Ricky Memphis, Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e Luisa Ranieri.</p>
<p>Questa la trama:</p>
<p>Dopo le avventure della rimpatriata dovuta all&#8217;obbligo di ri-affrontare l&#8217;esame di maturità, i sette decidono di organizzare anche un viaggio di fine studi &#8211; che ai tempi della scuola superiore non era riuscito. Sono però accompagnati, più o meno volentieri, da coniuge, fidanzata, genitori e figli. Attraverseranno nuove avventure e nuove esperienze su un&#8217;isola greca, mettendo in luce ognuno le sue debolezze, e dimostrando che non sono ancora veramente &#8220;maturi&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=mjcMTcnbtsw" target="_blank">Qui</a> il trailer del film.</p>
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		<title>Sherlock Holmes e il Gioco di Ombre</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 17:59:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Arpaio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sherlock Holmes e il Gioco di Ombre, l’atteso secondo film di Guy Ritchie, di nuovo alle prese con la sua personale lettura del grande detective, è opera pirotecnica, strabordante, adrenalinica, ricca di dialoghi spumeggianti e densi di humour ed è già (pre)destinata a bissare l’enorme successo di cassa del primo episodio del 2009. Il regista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2011/12/ilgiocodiombre.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7341" src="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2011/12/ilgiocodiombre.jpg" alt="" width="339" height="240" /></a><em>Sherlock Holmes e il Gioco di Ombre</em>, l’atteso secondo film di Guy Ritchie, di nuovo alle prese con la sua personale lettura del grande detective, è opera pirotecnica, strabordante, adrenalinica, ricca di dialoghi spumeggianti e densi di humour ed è già (pre)destinata a bissare l’enorme successo di cassa del primo episodio del 2009. Il regista questa volta cambia leggermente il tono e inquadra forse meglio la figura del famoso detective di Baker Street, avvicinandolo maggiormente all’originale di Conan Doyle, pur restando un pizzico autocelebrativo, giocando sull’apporto determinante di un Robert Downey Jr in grandissimo spolvero. Il suo Holmes è eccentrico, misantropo, visionario nel suo metodo deduttivo e scientifico, ironico, ma anche atletico e muscolare come non mai in passato. Il buon dottor Watson, bravo anche questa volta Jude Law, lo affianca fedelmente nell’avventura per redigerne poi un’attenta biografia, trovandosi ancora costretto a rimandare la tanto agognata luna di miele per seguire l’amico di sempre. Holmes è un compulsivo che vive unicamente con lo scopo di risolvere enigmi, senza i quali la vita è solo un gioco noioso.</p>
<p>In questo episodio affronta la sua nemesi per eccellenza, il professor Moriarty, ben caratterizzato da Jared Harris, il quale trama nell’ombra per creare i presupposti dello scoppio di una guerra mondiale così da poter vendere agli uni e agli altri armi e cannoni, tessendo da grande artefice del male le fila della storia. I due nemici si confrontano, si rispettano e si affrontano. Sono quasi uno lo specchio dell’altro, in un gioco di scacchi e di ombre che ha per posta la distruzione o la salvezza del mondo.</p>
<p>Novità del film è l’inserimento di un quarto personaggio, Noomi Rapace nei panni della zingara Simza, che affiancherà Holmes e Watson nello scontro con il terribile professore Moriarty. La misoginia di Conan Doyle si stempera con quella di Guy Ritchie e ne emerge un personaggio secondario, pur sempre attivo e combattivo, mentre la povera moglie del dottor Watson, fresca sposina, impersonata da Kelly Reilly, altro non può fare che starsene quieta e in disparte, sotto la custodia del fratello di Sherlock Holmes, Mycroft, che calza come un pennello addosso a un esilarante e scoppiettante Stephen Fry.</p>
<p>Che aggiungere altro per plaudire a questa bella prova di regia di Ritchie. Le scenografie e i costumi sono curatissimi. Forniscono una pregevole riproduzione dell’Europa alla fine dell’Ottocento in preda alla corsa verso un progresso che si rivelerà, per certi versi, scellerato. E’ proprio la <em>fin de siècle</em> a essere il fulcro, il punto cardine della storia e se Holmes si opporrà con tutte le sue forze al male incombente sul nuovo secolo nascente, Moriarty gli ricorderà, con un ghigno, che l’uomo corre inevitabilmente verso la sua autodistruzione e che ogni tentativo di impedire guerre e catastrofi non potrà che essere, alla fine, del tutto vano.</p>
<p>Dario Arpaio</p>
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		<title>The Artist, tra poesia e tip tap</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 17:46:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Arpaio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se Woody Allen se ne va a zonzo per Parigi, Michel Hazanavicius passeggia sul Sunset Boulevard a Hollywood. Entrambi scelgono gli anni ’20 come paradigma dell’arte, tra divismo, paillettes, pittori o poeti. Tutto ciò che oggi è strabordante di tecnologie o di mirabilia che ingolfano la nostra vita di effetti speciali (anche in negativo), viene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2011/12/artist.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7295" src="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2011/12/artist.jpg" alt="" width="321" height="241" /></a>Se Woody Allen se ne va a zonzo per Parigi, Michel Hazanavicius passeggia sul Sunset Boulevard a Hollywood. Entrambi scelgono gli anni ’20 come paradigma dell’arte, tra divismo, paillettes, pittori o poeti. Tutto ciò che oggi è strabordante di tecnologie o di mirabilia che ingolfano la nostra vita di effetti speciali (anche in negativo), viene accantonato, sfuma nelle magie che i due registi hanno voluto evocare per un pubblico, il quale ha molto apprezzato il richiamo alla poesia. Certo Woody avrà faticato assai meno di Michel per iniziare a girare il film. Questi ha dovuto attendere otto lunghi anni prima di vedere scorrere sullo schermo il titolo del suo <em>The Artist</em>, per essere poi addirittura invitato all’ultimo momento a Cannes e perfino premiato e in odor di Oscar. Sarebbe curioso, perché no, trasformarsi in una mosca per andare a spiare la faccia di tutti coloro che gli hanno sbattuto la porta in faccia. ‘Come? Vorresti girare un film muto in bianco e nero!? Tu sei pazzo da legare!’.</p>
<p>E invece, proprio come nei film di Billy Wilder, è spuntato fuori un produttore visionario, quasi quanto lo stesso Hazanavicius, ed è stato possibile partire con il primo ciak. Action! Si gira la storia di un superdivo del cinema muto, all’apice del suo successo nel 1927, come specificala didascalia. That’s Hollywood, sfavillio di macchine di lusso, migliaia di fan in delirio per lo pseudo Rodolfo Valentino, almeno nel nome, assai più simile all’acrobatico Douglas Fairbanks nel baffo malandrino. Il caso lo fa incontrare con una giovane intraprendente sognatrice, alla caccia, come tante altre, del successo e della fortuna sotto i riflettori. Lui la protegge, lanciandola nel dorato mondo della celluloide. Lei saprà sfondare ogni porta, superare ogni ostacolo con grande bravura e, soprattutto, si farà trovare pronta al momento dell’avvento del sonoro, proprio quando, invece, il mondo di lui crollerà. Orgogliosamente il divo non vorrà cedere. Lui è The Artist, la sua recitazione è tutta nel viso, nella prorompente mascolinità. Gli è sufficiente se stesso e qualche didascalia per fare sognare il pubblico. Che bisogno c’è di quegli ingombranti microfoni appesi davanti al naso o giù di lì. Via via The Artist precipita nella depressione, fino a che attraverso il bicchiere di whisky può solo intravedere la sagoma di una pistola. E’ la fine. Ma la giovane ragazza divenuta una grande star non lo ha dimenticato. Lo salverà all’ultimo momento. Lo ama e lui tornerà a vivere sul palco con lei. Le note finali di un travolgente tip-tap, che vale da solo tutto il film, ci riportano il frac di Fred Astaire. Ed è questa solo una delle tante tante compiaciute citazioni, preziosamente collezionate da Michel Hazanavicius nel suo piccolo capolavoro, omaggio al cinema che fu. Molto della buona riuscita del film è dovuto alla bravura dei due protagonisti, uno straordinario Jean Dujardin e una frizzante Bérénice Bejo. Ma il vero trionfatore è il cinema muto, pensato dal regista così come era, girato nel formato quadrato originale, nei veri studios di Chaplin, nella casa che fu di Mary Pickford. Tutto intero un mondo di sogno sfila nelle varie inquadrature. E’ come se dietro la macchina da presa si fossero alternati Ernst Lubitsch o King Vidor nel proporre anche il loro punto di vista al giovane regista francese. E lui è andato avanti, senza fermarsi, caparbio e geniale, anche senza i mille mirabolanti artifici del 3D. Silenzio! Ciak! Si gira! Il sogno continua.</p>
<p>Dario Arpaio</p>
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		<title>Midnight in Paris, il sogno continua</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 19:02:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Arpaio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il raffinato tour di Woody Allen attraverso le grandi città europee continua nella composizione di quello che pare sempre più un suo personalissimo mosaico dei sentimenti umani. Dopo Londra, Venezia e Barcellona, eccolo a Parigi e, a breve, tornerà sullo schermo con Roma, dove sta ultimando Nero Fiddled, il suo ultimo film. Midnight in Paris [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2011/12/midnightinparis.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7262" src="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2011/12/midnightinparis.jpg" alt="" width="326" height="244" /></a>Il raffinato tour di Woody Allen attraverso le grandi città europee continua nella composizione di quello che pare sempre più un suo personalissimo mosaico dei sentimenti umani. Dopo Londra, Venezia e Barcellona, eccolo a Parigi e, a breve, tornerà sullo schermo con Roma, dove sta ultimando Nero Fiddled, il suo ultimo film.</p>
<p><em>Midnight in Paris</em> ha il sapore forte del ritorno di Woody Allen al meglio del suo percorso artistico. Oggi settantacinquenne è, forse, più incline alla tenerezza, senza peraltro perdere quel suo inimitabile raffinato gusto per il graffio ironico nella rappresentazione della commedia umana. Il film inizia con una carrellata di magiche cartoline raffiguranti gli scorci parigini più amati, che si offrono come una tavolozza dalla quale trarre gli ingredienti per un’alchimia che vedrà il protagonista caracollarsi negli anni ’20, suo vero luogo dell’anima. Owen Wilson entra magnificamente nei panni di Gil, autentico alter ego di Allen. Il suo personaggio, da sceneggiatore di film leggeri, banalotti eppure di successo, sogna di ultimare il suo primo grande romanzo e vede in Parigi il luogo ideale per dare corpo alla sua scrittura. Gil è in viaggio di piacere con la fidanzata e i futuri ricchi suoceri, i quali non vedono di buon occhio le stravaganze artistiche del futuro genero, né amano in particolar modo quella città dove, secondo loro, piove sempre e, oltre tutto, ci vivono i francesi. Se non altro Parigi, per quei ricchi americani, è un posto buono per lo shopping e per qualche degustazione di vino eccellente, anche se non quanto quelli californiani. Neanche a dirlo, Gil si scontra spesso con il suocero, dando vita agli esilaranti battibecchi che Allen compone e dirige come una delle sue migliori partiture.</p>
<p>Il protagonista del suo film vive intensamente Parigi, come in un incanto, fino a che non spuntano alcuni vecchi amici della fidanzata, snob pedanti, che il divertito Allen raffigura come tipici rappresentanti di quella America presuntuosa sempre dedita solo alla caccia del successo in tutti i campi, a ogni costo.</p>
<p>Gil invece è un inguaribile sognatore, lui ama quella città che lo ricambia con la più incredibile delle magie, catapultandolo nella Parigi degli anni ’20 a conoscere gli Scott Fitzgerald e le loro spumeggianti feste dove si può incontrare Hemingway. Sarà proprio lui che accompagnerà uno stralunato Gil niente meno che nel salotto di Gertrude Stein, trovandola intenta magari a discutere con Picasso. E via così, notte dopo notte, sfileranno tutti i più grandi artisti del tempo, sulle note delle suadenti melodie di Cole Porter in quella che fu la Parigi più amata. Gil incontrerà anche un giovane stordito Bunuel, al quale accennerà l’idea per quello che poi sarà il tema del film l’Angelo Sterminatore. Si troverà poi davanti a un folle esaltatissimo Dalì, a Matisse e così via, tra improbabili rinoceronti infoiati e coppe di champagne.</p>
<p>Le notti di Gil scivoleranno via così, una dopo l’altra, sotto il segno di una continua migrazione tra una dimensione frizzante e un mogio sempre più incredulo ritorno all’alba, nell’opprimente realtà quotidiana.</p>
<p>Ma un quanto mai grandissimo Allen non indugia nel sentimentalismo. Concluderà, affermando con un sorriso, che, forse, non è una buona prospettiva il rimpianto. Non è il caso di rincorrere nostalgicamente un tempo andato che ci sembra possa essere migliore del nostro presente, perché, in fondo, proprio l’<a href="http://www.topbanner.it/lr/lr.php?i=402"  onMouseover="window.status='External link'; return true" onMouseout="window.status=''" onclick="return alinks_click(this);" title="amore"  rel="external">amore</a> è già lì, vicino a noi, a portata di mano e, magari, lo si può incontrare proprio a mezzanotte, a Parigi, passeggiando sul Pont Neuf, incuranti della pioggia.</p>
<p>Superfluo sottolineare la bravura di un cast davvero eccezionale che vede, tra gli altri, Kathy Bates, Rachel McAdams, Adrien Brody, Michael Sheen e un’incantevole Marion Cotillard, nonché un’improbabile Carla Bruni.</p>
<p>Dario Arpaio.</p>
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		<title>Miracolo a Le Havre!</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 17:52:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Arpaio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Aki Kaurismaki]]></category>

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		<description><![CDATA[ Aki, fino a qualche mese fa, fumava tre pacchetti di sigarette al giorno. Ora è passato alle sigarette elettriche, l’ultima ancora di salvezza per chi vuole provare a smettere. Peraltro per lui è insolito ricorrere a un ritrovato moderno. Aki mal sopporta le nuove tecnologie del nostro tempo. Quando è a casa sua, in Finlandia, viaggia su di un’auto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-7206" src="http://www.solocine.it/wp-content/uploads/2011/11/mirlehavre.jpg" alt="" width="341" height="227" /> Aki, fino a qualche mese fa, fumava tre pacchetti di sigarette al giorno. Ora è passato alle sigarette elettriche, l’ultima ancora di salvezza per chi vuole provare a smettere. Peraltro per lui è insolito ricorrere a un ritrovato moderno. Aki mal sopporta le nuove tecnologie del nostro tempo. Quando è a casa sua, in Finlandia, viaggia su di un’auto del ’62. Usa un vecchissimo modello di <a href="http://www.topbanner.it/lr/lr.php?i=534"  onMouseover="window.status='External link'; return true" onMouseout="window.status=''" onclick="return alinks_click(this);" title="Cellulare"  rel="external">cellulare</a>, di quelli che si può solo parlare (poco) e basta, senza nessuna ‘app’. Aki rimane legato, anima e corpo, a un tempo andato dove tutto era (per così dire) più immediato, ‘fatto a mano’, schietto, semplice o no, ma pur sempre diretto, senza mediazioni verso qualcosa d’altro. Aki Kaurismaki però vive appieno nel suo tempo e forse è proprio per questo sceglie di fare un cinema a volte dolente, come ciò che può vedere il suo occhio in un caleidoscopio di miserie umane, di malinconiche solitudini. Il festival di Cannes gli ha sempre riservato buona accoglienza e apprezzamenti. Nel 2002 vince il Grand Prix Speciale della Giuria con il magnifico <em>L’uomo senza passato</em>. Poi arriva <em>Le luci della sera</em>, premiato altrove, il suo film forse più disperato. Infine scarta, cambia tono e registro con <em>Le Havre</em>, ma riceve solo una menzione speciale, proprio quando si mormorava che avrebbe potuto ambire alla Palma d’Oro 2011. Il suo ultimo film è appena uscito nelle nostre sale con il titolo, una volta tanto appropriato e ben calibrato, di <em>Miracolo a Le Havre</em>. Sì perché Kaurismaki adora il neorealismo dei De Sica e dei Zavattini e l’accostamento indiretto con la fiaba del ‘martinitt’ che si libra in volo sopra il duomo di Milano non è per niente inopportuno, né limitativo. Kaurismaki, con la sua vecchia macchina da presa comprata dal produttore di Ingmar Bergman, ha già girato decine di pellicole. Per lui quella macchina, forse un po’ obsoleta, è un prolungamento del suo occhio, anzi è lui stesso che si fa guidare. E’Aki che la segue. E’ lei che decide il da farsi. Paradosso? Forse, ma la tenerezza e la perfezione con le quali vediamo scorrere le immagini di vecchie case malconce, come quelle non da cartolina che circondano il porto di Le Havre, o le inquadrature che scivolano sulle cromature degli autobus di un tempo, o sulle fiancate di taxi Peugeot quarantenni, ci accompagnano, ci introducono in un mondo che non c’è, come se si approdasse a un’isola non trovata dove ogni respiro ha un ritmo diverso. Quello stesso che è la scelta di vita del protagonista, vecchio romanziere in fuga da Parigi che sceglie il mestiere di lustrascarpe. La moglie lo accompagna dolcemente, nella sua scelta bohémien. A loro basta un poco di pane <a href="http://www.topbanner.it/lr/lr.php?i=402"  onMouseover="window.status='External link'; return true" onMouseout="window.status=''" onclick="return alinks_click(this);" title="amore"  rel="external">amore</a> e fantasia. I vicini, d’altra parte, sono tutti come loro, condividono le piccole <a href="http://www.topbanner.it/lr/lr.php?i=35"  onMouseover="window.status='External link'; return true" onMouseout="window.status=''" onclick="return alinks_click(this);" title="Gioie"  rel="external">gioie</a> o i disagi quotidiani, senza nessun rancore verso la vita che scorre così, serena, fino quando intervengono due imprevisti. La moglie si ammala di cancro e il vecchio si ritrova a nascondere un ragazzino nero, fuggito dalla polizia e dagli altri disperati giunti nel porto francese, chiusi come lui dentro un container.</p>
<p>La trama di <em>Miracolo a Le Havre</em>, almeno per qualche aspetto, propone un ammonimento, uno sdegno simili a quelli espressi a gran voce dal maestro Ermanno Olmi con il suo ultimo film, <em>Il villaggio di cartone</em>. E’ come se Kaurismaki e Olmi, così apparentemente lontani l’uno dall’altro, fossero giunti, nello stesso tempo, alle stesse conclusioni sulla verità? In entrambi i film un uomo si rivolta contro il potere costituito per difendere gli ultimi, quei migranti che vengono dal mare con il volto nero clandestino e che fanno tanta paura alla gente perbene. Anche i poliziotti vestono sempre di nero, ma loro salvaguardano il quieto vivere della buona gente. A volte però eccedono in zelo. Tutti e due i film ci propongono delle figure che agiscono d’impulso in nome della vita, al di sopra e al di fuori di ogni legge, solo in nome della vita umana. Più incline alla tenerezza è il film di Kaurismaki, con tanto di happy end, ma senza scadere nel sentimentalismo. Il vero miracolo a Le Havre è quello che risveglia l’attenzione sulla dignità umana al di sopra di ogni sporco al quale il nostro quotidiano sembra assuefarsi.</p>
<p>Tutto di questo film di Aki Kaurismaki incanta, dai dialoghi, apparentemente leggeri, alla fotografia, alle scenografie, tutto. E’ come se un candido malinconico Keaton finalmente potesse parlare attraverso questo finlandese con la sigaretta elettronica in bocca.</p>
<p>Dario Arpaio</p>
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