Pasolini di Abel Ferrara

Di , scritto il 27 Settembre 2014

2 (2)Pasolini, un film di Abel Ferrara. Arduo e scabroso sarebbe stato anche solo pensare di affrontare la figura di un intellettuale finissimo come quella di Pier Paolo Pasolini e inserirla in un film con accenni di biopic. Certo Abel Ferrara ama profondamente Pasolini. E’ folgorato dalla personalità del grande poeta friulano, letteralmente. Ne ha inseguito con crescente e devota ammirazione le tracce per anni prima di costruire la sua messinscena, e il suo personale atto di amore sta tutto in una breve nota di regia al film intitolato semplicemente Pasolini e presentato in concorso all’ultimo festival di Venezia, dove ha raccolto critiche contrastanti.

“In cerca della morte di un poeta / solo per scovare l’assassino dentro di me / mentre affila le sue lame di ignoranza / sulle memorie delle mai dimenticate gesta.”

Ed è intorno a questi versi quasi corsari che andrebbe basata una qualsivoglia riflessione sul film Pasolini, difficile quanto discusso e discutibile. Ferrara si concentra sull’ultimo giorno di vita di Pasolini, 1 novembre 1975. Lo segue nei piccoli riti quotidiani del caffè al mattino, o della lettura del Corriere, il pranzo con i cari, la visita degli amici. Ne scruta il volto, drammaticamente affidato alle rughe di un intenso, quasi ieratico Willem Dafoe. C’è qualcosa che Ferrara esprime nel non detto, ma che emerge solo a tratti nella comprensione della sua opera. Forse si può andare a quel “io, ogni giorno, scendo all’inferno e so cosa sta per accadere”, che Pasolini dice a Furio Colombo nel corso della famosa ultima intervista incompiuta.

Il film alterna sogno e realtà, arrivando a intercalare nella cronaca alcune scene posticce dell’opera mai compiuta da Pasolini, Porno-Teo-Kolossal, per la quale Eduardo de Filippo sarebbe stato interpellato per il ruolo protagonista. Viene strappata qualche sequenza anche dal controverso Salò. Tutto ruota, si alterna e danza nella visione quasi onirica di Abel Ferrara e come tale va considerato il suo omaggio che eccede a tratti, debordando quando mette in scena spezzoni del romanzo incompiuto Petrolio, al quale Pasolini stava lavorando da anni, ossessionato dalla sua scrittura. Sbaglia chi volesse vedere nel film Pasolini un biopic, non ne ha lo stile, nemmeno il senso. L’uomo di Casarsa, il poeta, appare e scompare in una visione così personalizzata che nulla può volere, dire o dare di più alla conoscenza di un intellettuale tra i più grandi che l’Italia abbia mai visto nascere e agire nel ‘900.

Assolutamente discutibile è la scelta di proporre la versione originale del film recitata in inglese da Dafoe-Pasolini e in italiano-misto-inglese dagli altri attori. Si genera un pastiche dall’effetto sconcertante. Nelle sale peraltro circola la versione doppiata interamente in italiano, il che restituisce meriti al film e scarnifica ogni disappunto.

Ferrara tenta una navigazione difficoltosa, quasi eroica, verso un approdo altrettanto scabroso, offrendo di Pasolini la discesa all’inferno così come lui la viveva, senza reticenze, a viso aperto, lottando contro ogni falso moralismo, subendo e sapendo di subire. Vien dato soltanto un accenno a quanto sia stato lucido e lungimirante il suo pensiero, così attuale, drammaticamente attuale.

Dafoe è più che puntuale nel seguire la regia di Ferrara. Relativamente discutibili gli altri interpreti, un po’ troppo di maniera, figurine abbozzate intorno al ruolo protagonista. Decisamente inappropriata Maria de Medeiros nei panni di Laura Betti, quasi una caricatura.

Va dato comunque merito ad Abel Ferrara per il suo film, che pur nei suoi limiti è un coraggioso e affettuoso ossequio, quasi un atto di amore verso un grande poeta.2 (1)

“… Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine… Io divoro la mia esitenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro…”  (P.P.P.).

Dario Arpaio



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