Lo Hobbit e la Battaglia delle Cinque Armate

Il grande viaggio di Peter Jackson nella Terra di Mezzo, iniziato 16 anni fa, giunge al suo epilogo con l’ultimo atto della esalogia più intraprendente ed innovativa della storia del cinema degli ultimi decenni. Jackson ha compiuto un percorso straordinario, seppur prendendosi arbitrarie licenze poetiche sui libri di J.R.R.Tolkien, riuscendo a coronare, comunque, un sogno vissuto nell’espressione del più puro artigianato cinematografico, ancorchè esaltando la più sofisticata tecnica digitale, appassionando un pubblico sconfinato alla saga tolkeniana, come mai prima. Va ricordato come la sua Weta Digital abbia elaborato innovative tecniche di ripresa blue screen, autorizzandole anche fuori dagli studios, garantendo così incredibili risultati. Non a caso la Weta vanta un palmares di Oscar e Bafta pressocchè unico nel settore degli effetti speciali e dell’animazione computerizzata. Ma Jackson e i suoi suscitano la fascinazione dell’artigianato puro, che si inventa mentre procede nell’opera, scoprendo e percorrendo vie altrimenti impossibili e irrinunciabili per un risultato finale che difficilmente sarebbe lo stesso senza quei guizzi di fantasia creativa che hanno caratterizzato tutti e sei i titoli della saga.

Nemmeno terminano di scorrere i titoli di testa che Lo Hobbit e la Battaglia delle Cinque Armate si differenzia immediatamente da tutti gli altri film jacksoniani. Assume un ritmo forsennato per culminare in quella che rimarrà forse come una delle più belle e spettacolari battaglie della storia del cinema, della durata di quasi un’ora sui 144 minuti totali. La sequenza iniziale precipita nel cuore della vicenda senza prologhi o pretesti. Bard (Luke Evans) uccide il terribile drago Smaug in un rocambolesco duello salvando la sua gente dalla furia distruttrice della perfida creatura. I sopravvissuti sotto la sua guida si dirigono poi verso la Montagna Solitaria per riscuotere da Thorin Scudo di Quercia (Richard Ermitage) l’oro pattuito in precedenza, nonché per trovare riparo tra le mura della città di Dale. Thorin nel frattempo cade preda della follia causata dall’oro sotto la montagna. Jackson gli fa assumere l’aspetto di un personaggio shakespiriano, tormentato, trasfigurato dalla bramosia del possesso. Intanto giunge a Erebor anche l’esercito delgi elfi di Thranduil (Lee Pace), che pure vanta diritti sul tesoro della montagna. L’arrivo dei cinquecento nani del cugino di Thorin, Daìn, accresce le forze in campo e Thorin è sempre più determinato a non mollare neanche una moneta del ‘suo’ oro. La tensione sale alle stelle tra i nani, gli elfi e gli umani. Su Thorin a nulla valgono le preghiere dei suoi e di Bilbo allorquando si annuncia la battaglia contro il sopraggiunto esercito dei troll guidati da Azog che si appresta a conquistare Erebor nel nome di Sauron. La battaglia ha inizio. Sopraggiunge anche Gandalf salvato a Dor Guldur dalla regina Galadriel, con l’aiuto del mago Saruman e del re Elrond. Lo scontro tra la regina degli elfi e i Nazgul è una delle sequenze più forti del film, così come pregevoli sono i tanti duelli che si susseguono durante la grande battaglia. Lo scontro tra Thorin e Azog, quello tra Legolas e Bolg sono straordinari per tecnica e intensità narrativa. Qualcuno potrebbe anche annoiarsi tra un combattimento e l’altro, ma la Battaglia delle Cinque Armate di Jackson assume un tono epico accostabile solo al Signore degli Anelli – il Ritorno del Re, il migliore in assoluto di tutta la saga. Restano un po’ in sordina i valori cari a Tolkien. Su tutti quello della vita semplice degli Hobbit che, alla fine, vince nella guerra tra il Bene e il Male, ed è un po’ trascurata come lo sono anche i più alti contenuti della saga tolkeniana. Jackson strizza forse un po’ troppo l’occhio al botteghino che, comunque, gli ha sempre dato ragione e sacrifica il cuore della pagina scritta a favore dello spettacolo. Si inventa personaggi, intreccia episodi che poco hanno a che fare con il libro di Tolkien. Ma si può anche soprassedere alle critiche se si considera come un giovane regista neozelandese abbia saputo iniziare dal nulla la sua magnifica folle impresa sedici anni fa, e con l’ausilio di un team di collaboratori eccellenti e deliziosamente incoscienti ha dato vita e corpo a uno dei sogni più belli che mai cineasta abbia avuto modo di vivere e trasmettere al suo pubblico.

Dario Arpaio