Il Grande Gatsby secondo Baz Luhrmann

Di , scritto il 19 Maggio 2013

L’ipertrofico Grande Gatsby di Baz Luhrmann nulla toglie e nulla dà al celeberrimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, che, malamente accolto al suo esordio, rimane un imprescindibile classico nella storia della letteratura nordamericana. Amaro destino, quello di Scott Fitgerald, morto a soli 44 anni dimenticato da tutti. Di lui si ricordano più le memorabili feste parigine negli anni ’20 organizzate insieme all’amata Zelda, così amabilmente rievocate nel loro folle splendore nell’ultimo grande romanzo di Hemingway, Festa Mobile, per poi rivivere oggi sulla scena del magico film parigino di Woody Allen, Midnight in Paris. Altra fu la vita vera.

Bahz Luhrmann ha riletto Scott Fitzgerald e si è lanciato nel suo tipico stile, a testa bassa, nella sfida del Grande Gatsby senza curarsi dei confronti o delle inevitabili critiche. Ama l’azzardo Lurhmann (Juliet+Romeo, Moulin Rouge, Australia), così con tutto il suo innegabile entusiasmo, in coppia con il suo abituale sceneggiatore, Craig Pearce, ha firmato la riduzione di un romanzo difficile da portare sullo schermo, tali e tante sono le sfaccettature, le sfumature dei personaggi creati dalla penna sottile di Scott Fitzgerald.

Presentato a Cannes nella giornata d’apertura, ha sconcertato i critici ed esaltato il pubblico, così come già avvenuto al suo esordio nelle sale americane. La storia del misterioso ricchissimo uomo venuto dal nulla, perdutamente innamorato di un amore tragico, affascina da sempre il pubblico. Il melodramma piace. Gatsby è inarrivabile come personaggio e solo un grande Di Caprio è riuscito a farlo vivere, a dargli corpo. Le sequenze migliori sono quelle dove lui è al centro della scena. La riempie con una grande padronanza del ruolo.

Luhrmann invece esagera nella raffigurazione un po’ kitsch di quell’America incosciente, lanciata inconsapevole verso il disastro economico quando sembrava che ogni trasgressione fosse la norma e il proibizionismo ne accresceva gli eccessi.

Luhrmann eccede anche nella contaminazione musicale dell’hip hop con Gershwin. Se l’intento del regista era dichiaratamente quello di rimanere fedele al romanzo, il miscuglio di jazz e Jay Z mischia le atmosfere creando un guazzabuglio che allontana l’intento di rendere vivo un romanzo indimenticabile. Il sogno di Gatsby si disperde, si confonde in uno sperpero di colori accesi e ridondanti. E non bastano gli occhioni sgranati di Tobey Mc Guire o i sorrisini di Carey Mulligan a dare spessore ai loro personaggi. Troppo e troppo poco, questo è forse il limite della regia di Luhrmann. Solo Di Caprio sembra vero, solo lui con il suo personaggio in cerca del passato. Ma il passato non torna, non può rivivere, non si può comprare neanche nel più romantico dei sogni.

Dario Arpaio



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