La Ricostruzione di Juan Taratuto

Di , scritto il 12 Luglio 2014

1La Ricostruzione di Juan Taratuto sollecita, ancora una volta, l’attenzione del grande pubblico nei confronti del nuovo cinema argentino con un’opera densa e decisamente ricca di sfumature. Il film è stato presentato al festival di Venezia dello scorso anno nella rassegna ‘Giornate degli Autori’ riscuotendo interesse e approvazione. Viene proposto ora sugli schermi attraverso la scelta ben calibrata di mantenere la versione del film in lingua originale sottotitolata. Ottima occasione, propizia allo spettatore, per assaporare il gusto e il senso reale della recitazione degli attori, misurando i toni e gli accenti, dilatando la visione e la comprensione stessa dell’opera. La sceneggiatura è opera del regista coadiuvato nella stesura dallo stesso attore protagonista, Diego Peretti, il quale oltre a dimostrare intensamente le sue capacità intepretative, ha potuto offrire la sua valenza di scrittore e psichiatra.

La Ricostruzione è ambientata nella Terra del Fuoco, più esattamente a Ushuaia, il punto più estremo delle terre australi. Una terra aspra, ruvida che forgia caratteri altrettanto duri. Il protagnista lavora in un impianto di trivellazione. Il paesaggio è desolato come il suo cuore, come la sua mente che hanno cessato di reagire alla presenza altrui dal momento in cui la moglie se ne è andata a causa di un male incurabile. Vive in una casa senza luce, dove lo sporco è un fatto marginale rispetto al suo vuoto interiore. La parte iniziale del film ci mostra il protagonista nella sua dimensione di caparbia solitudine, di disinteresse totale nei confronti degli altri esseri umani che arriva al punto di non fargli prestare soccorso a una donna vittima di un incidente stradale. Lui non è lì. La sua auto non è mai passata di fronte a quella donna. Tutto galleggia nel suo dolore che lo dissecca fino al momento in cui una telefonata dell’unico amico gli chiede di raggiungerlo per sostituirlo nel di lui negozio durante una obbligata permanenza ospedaliera. L’amico ha famiglia, una moglie e due figlie adolescenti; un mondo che ormai è lontano anni luce dal protagonista che pure non si tira indietro davanti alla richiesta di andare a Ushuaia e lì stare per qualche giorno. Ma l’imponderabile comanda le nostre vite. L’amico muore e così il protagonista si ritrova ad assumere sulle proprie spalle, già pesantemente gravate, anche il dolore di una moglie e di due ragazze che non gli appartengono. Il senso dell’amicizia e forse una luce mai spenta del tutto, lo fanno reagire alla vita come pure riusciranno a fare le tre donne. La macchina da presa di Taratuto segue passo passo la gestazione del dolore. Si muove senza fronzoli e con garbo; rimane asciutta, quasi rasposa come la natura che circonda la vita degli interpreti de La Ricostruzione fino a concedere a loro stessi una nuova accelerazione vitale.2

Come già detto il protagonista è un eccellente Diego Peretti. Il suo volto recita per lui. I suoi gesti centellinano il dolore che si porta dentro. Bravo davvero.

La fotografia di grande caratura e una colonna sonora accattivante (in particolare la canzone Wait del cantante folk Alexi Murdoch) fanno di quest’opera argentina un film da applaudire.

Dario Arpaio



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