Hereafter, ovvero della vita e della speranza

Di , scritto il 08 Gennaio 2011

Hereafter, ovvero la vita che deve ancora venire. Quella vita che è inizio di qualcosa altro da noi, fine di tutto ciò che è stato. Hereafter, il possibile futuro dopo la morte. Clint Eastwood lo racconta, non lo commenta, non risponde a un quesito troppo grande per chiunque (almeno da un punto di vista laico). Eastwood lo fa con garbo, restando legato alla sua visione crepuscolare degli ultimi film.

Dallo script di Peter Morgan, da qualcuno criticato negativamente, Eastwood è capace di raccontare in un film cosa può significare morire. Un’opera ardua davvero, nella quale il grande regista si lancia con l’entusiasmo che lui stesso riscopre a ogni nuova impresa, e vi introduce tutta la sua esperienza e la sua innata curiosità d’artista.

La vicenda si snoda parallela intorno alle figure di tre protagonisti, un uomo, una donna e un bambino, accomunati dall’avere affrontato diverse esperienze vis à vis con la morte, ma tutti assai lontani tra loro, fino al momento in cui si incontreranno in un finale consolatorio, appoggiato con grande leggerezza dal regista sulle storie dei tre personaggi. Lui un giovane americano, un sensitivo esausto, in fuga dalla convivenza con la morte altrui, che suo malgrado gli viene dai poteri extrasensoriali di cui è dotato. Lei una giornalista francese che vive una traumatica esperienza di pre-morte durante lo tsunami di qualche anno fa. Infine, un bambino inglese, confuso e spaesato, rimasto terribilmente solo dopo aver tragicamente perduto il fratello gemello.

Su tutto pare dominare solo il Caso, che si introduce nella solitudine dell’essere umano, improvviso ospite inatteso quanto inesorabile, e dal quale pare non si riesca a sfuggire se non reagendo poi, raccogliendo tutte le povere forze residue, ben oltre la nostra debolezza satura di dubbi, ma anche di speranza.

Ed è proprio su quest’ultima che Eastwood si posa come una farfalla, lasciando a noi spettatori quasi un senso di soddisfazione eterea, simile a quella che prova il protagonista Matt Damon (in una delle sue migliori prove d’attore) quando si lascia cullare, addormentandosi sereno, nell’ascolto degli audiolibri dei romanzi di Charles Dickens, e non a caso Dickens, il grande narratore per eccellenza dell’umanità e delle sue debolezze. Così come Clint Eastwood è davvero capace a ogni pellicola di rinnovarsi nel suo stesso dire, in quel suo fare cinema appreso sul campo, dai grandi registi d’un tempo che fu, accompagnandoci nella sua virile e crepuscolare visione del nostro presente.

Dario Arpaio



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