Sin City, una Donna per cui Uccidere

Di , scritto il 05 Ottobre 2014

1Robert Rodriguez pare abbia molto insistito con Frank Miller per convincerlo a girare il sequel di Sin City apparso sugli schermi otto anni fa. Non ha nemmeno esitato a uscire dal potente sindacato dei registi di Hollywood, che non avrebbe acconsentito acchè i due potessero co-firmare la regia della nuova pellicola. Rodriguez ammira Miller incondizionatamente. Il grande autore delle graphic novel dal taglio inconfondibile negli aspri chiaroscuri invertiti, con i colori come rasoiate, pare non vedesse di buon occhio la possibilità o l’eventualità di un sequel alle sordide vicende della città del peccato da lui ideata. O forse non se la sentiva e basta. Ma Rodriguez è un artista talmente eclettico dalla creatività irrefrenabile, forse l’unico in grado di produrre da sé i suoi film, firmandone la regia, le sceneggiature, le musiche, la fotografia e il montaggio. Se un progetto gli frulla per la testa pare che proprio nessuno possa fermarlo. Ha marcato stretto Miller e alla fine si è inventato anche il 3D per convincere l’amico a riportare sullo schermo le sue tavole.

Sin City 2 si sviluppa intorno alla graphic novel Una Donna per cui Uccidere, uno dei tanti capitoli ideati e disegnati da Miller sulle vicende di Sin City, la città dove chi non è già corrotto è comunque perduto in una discesa libera per l’inferno. Intorno all’episodio centrale ruotano divergenti altri capitoli della saga del male con interpreti gli stessi personaggi già introdotti dal primo film. Imprescindibile è lei, Eva Green, la femme fatale ammaliatrice, irresistibilmente dark, per la quale Josh Brolin perde la testa. E’ magistrale l’interpretazione di lei, terribile nell’arte della seduzione, con le sue forme sinuose e altrettanto in grado di uccidere le sue vittime con la rapidità di un crotalo. Anche Brolin risulta quasi più convincente nello stesso ruolo che otto anni fa fu appannaggio di Clive Owen, impossibilitato a partecipare al nuovo film, essendo impegnato altrove. I restanti personaggi sono i medesimi già conosciuti: Mickey Rourke, l’ipertrofico Marv, sarà lui a proteggere Jessica Alba, ovvero la piccola Nancy ossessionata nel suo desiderio di vendetta dal fantasma di Bruce Willis-Hartigan, colui che non l’aveva spuntata contro il terribile sadico senatore Roark, impersonato dal gelido Power Boothe. Ritroviamo Rosario Dawson, la sensuale Gail a capo delle prostitute guerriere della città vecchia. New entry invece per Joseph Gordon-Lewitt nei panni dello sprovveduto giocatore d’azzardo che oserà sfidare Roark al tavolo verde. Gradevolissimo anche il cammeo di Christopher Lloyd impersonante con consumato mestiere e ironia un medico alcolista e arruffone.

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Insomma bulli & pupe secondo lo schema collaudato, nero alla Chandler, con un accenno a vaghi tentativi di risvegliare similitudini con il Marlowe stile Bogart.

Perché dunque buona parte della critica non ha apprezzato il nuovo Sin City? Forse la scelta del 3D ha completamente fallito nelle aspettative. La bellezza delle tavole di Miller, la sua aggressiva dirompente incisività stà proprio nell’essere tali sulla pagina. L’effetto tridimensionale ricercato al limite può garantire maggiore fascinazione nei confronti di Eva Green, o per i terribili improvvisi jab di Rourke-Marv, ma cui prodest? L’effetto sorpresa del primo film viene quasi sperperato dal 3D, pur lasciando sufficientemente alto l’apprezzamento nei confronti del duo Miller-Rodriguez. O si amano, o si odiano, e non ha senso cercare giustificazioni più o meno valide nei confronti dell’una o dell’altra scelta. E’ soprattutto una questione di pancia. Inutile voler accanirsi nell’individuare le tracce destrorse in Miller, o pensare Rodriguez al di fuori dei suoi amati b-movie, dei quali è maestro indiscusso e indiscutibile insieme con il grande inseparabile amico Quentin Tarantino. In buona fine chi decide di andare al cinema per vedere Sin City – Una Donna per cui Uccidere, sa cosa lo attende nel buio della sala. Conosce Miller, lo apprezza per le sue tavole, per 300, il suo capolavoro nella moderna graphic novel. Non è il caso di autoinfliggersi elucubrazioni contorte a caccia di significati inesistenti. Sin City vive in Miller così com’è e basta.

Dario Arpaio

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