The Fighter, ovvero della boxe e altre storie

Se vai giù al tappeto, anche il mondo ti crolla addosso in un istante. Il pubblico ti urla contro. Devi rialzarti. Quando cadi, fa male. Il dolore è lancinante, ti sconquassa il cervello.  Ma devi rialzarti. Devi riprenderti e tornare a essere lucido, calmo ogni oltre misura, spietato. Devi andare là, al centro del ‘tuo’ ring e prenderti tutto quello che la vita non ti ha dato, ancora. Solo così sarai tuo davvero e sarai un campione. Avrai vinto. Verrà anche il tempo di perdere, ma ora conta solo il pubblico. E’ tutto per te.

Il film The Fighter è la storia del sinistro di ‘Irish’ Micky Ward, racconta della boxe dal di dentro, come raramente qualcuno degli innumerevoli titoli sull’argomento ha saputo offrire. Su tutti, Raging Bull del 1980, quel Toro Scatenato di Scorsese, con un gigantesco De Niro.

Il rissoso David O. Russell è il regista che ha firmato The Fighter, con una regia pulita, asciutta, senza troppi orpelli tecnologici, semplicemente raccontando, con merito e indubbie capacità registiche. Tutto ciò nonostante le sue poche affermazioni sul grande schermo. Di lui possiamo ricordare appena Three Kings, forse più per la scazzottata che avvenne sul set, tra lui stesso e George Clooney. The Fighter è un’altra cosa. Il film ha avuto nomination a raffica, tra Golden Globes e Oscar, e i premi sono arrivati puntuali e strameritati, soprattutto per lo straordinario Christian Bale, Oscar come miglior attore non protagonista nel ruolo di Dicky, il fratellastro del campione. Gran merito anche per Melissa Leo, lei pure premiata con la statuetta per la miglior attrice non protagonista nella parte della onnipresente madre dei due. Peccato per Amy Adams, la Charline compagna di Micky, anche lei in lizza per la stessa statuetta. Davvero un cast eccellente, un coro ideale che ruota intorno a Mark Wahlberg nei panni di ‘Irish’ Micky Ward, colui che seppe vincere, nonostante alterne fortune, grazie alla sua grande capacità di soffrire e al suo impressionante gancio sinistro.

Nel 1996, già trentenne, vinse contro tutti i pronostici il titolo di campione intercontinentale dei pesi welter, ma assai più memorabile fu il successivo match del 2002 contro l’italo-canadese Arturo Gatti. Quel 18 maggio viene ricordato ancora oggi come uno dei più duri e affascinanti incontri della storia del pugilato moderno. I due finirono entrambi all’ospedale. Il film si ferma prima, alla vittoria di Micky per il titolo del 1996, allenato dal fratellastro Dicky.

The Fighter racconta della vera storia dei due fratellastri, talmente diversi nel carattere da essere inseparabili, simbiotici. Anche Dicky, il maggiore dei due, era stato sul ring con scarso risultato ed era divenuto famoso solo per avere messo al tappeto niente meno che Sugar Ray Leonard, in maniera peraltro non del tutto ortodossa (pare che Ray, di fatto, fosse inciampato).

Il vero Dicky ha vissuto le riprese del film vicino a Christian Bale, che ha saputo impadronirsi fino in fondo del carattere, delle movenze, dei minimi accenti del suo personaggio, come solo i grandi del cinema sanno fare. De Niro passò anche lui molto tempo vicino a Jack La Motta, che lo allenò anche sul ring e i risultati furono straordinari. Bale è un grande interprete, capace come pochi di scavare nel fondo dell’animo dei suoi personaggi, assorbendone il lato oscuro, come nel suo personalissimo Batman (a proposito, il prossimo episodio nel 2012…).

Senza nulla togliere alla bravura di tutti i protagonisti, senza Bale, The Fighter non sarebbe stato lo stesso. Una rara incredibile performance, ancora di più se andiamo a considerare il carattere del personaggio: affascinante e poco di buono, inaffidabile tossico capace di riscattarsi solo per continuare ad allenare Micky nella (inaspettata) corsa alla conquista del titolo mondiale. The Fighter è un grande film, un omaggio alla boxe, anche dal punto di vista tecnico, non solo drammatico come da tradizione. La boxe raccontata facile, come sudore e sangue, è spesso solo una patinata rappresentazione, buona per il botteghino, come la lunga stucchevole serie dei Rocky (eccezion fatta per il primo).

Dario Arpaio