la recensione di Dario Arpaio: Le Streghe Son Tornate

Di , scritto il 04 Maggio 2015

AIl regista basco Álex de la Iglesia continua la sua originale ‘ballata’ filmica e se ne va, questa volta, in Navarra, a Zugarramurdi, dove Le Streghe Son Tornate, titolo del suo ultimo film, premiato con ben 8 Goya, nell’edizione dello scorso anno del festival del cinema spagnolo. Di lui ricordiamo, tra gli altri, Crimen Perfecto (2004) e, soprattutto, lo splendido Balada Triste de Trompeta (2010) nei quali coniugava la sua personale visione della vita, ironica e tragicamente grottesca, con uno stile inconfondibile nella narrazione ipertrofica e scoppiettante, tra il punk e il pulp, il visionario e lo splatter, con una particolare predilezione per i b-movie degli anni ’70, dei quali non lesina le citazioni.

Se nella Balada Triste veniva affrontato il tema dell’amore e della morte in un grandguignolesco contrappunto sullo sfondo della guerra civile spagnola, in Le Streghe Son Tornate il regista si diverte a giocare, a suo modo, con tutti i luoghi comuni che ruotano intorno al tema del rapporto di coppia, maschio-presunto macho e femmina–supposta strega-. E si ride quando i malaccorti protagonisti si cimentano in una rocambolesca rapina a un negozio compra-oro, raccogliendo un bottino di ventimila fedi nuziali, simbolo di promesse disilluse, tentando la fuga verso la Francia a bordo di un taxi. Fin quì siamo nella farsa di un action movie se non fosse che uno dei rapinatori ha con sé anche il figlio di una decina di anni nel suo giorno di affido post-divorzio, il quale invece dei compiti di scuola si diverte a impugnare due pistoloni. I balordi giungono nottetempo proprio nel paese di frontiera divenuto famoso nel 1600 per la caccia alle streghe le quali, ahimè, sono tornate convinte di vedere proprio nel figlio dello scalcagnato rapinatore, l’eletto, colui che porrà fine al dominio del maschio.B

La prima parte del film è un susseguirsi di trovate e di battute divertenti. Mentre la seconda si incaponisce in una sceneggiatura vagamente aggrovigliata, leggermente avulsa dallo spirito più genuino del regista. Álex de la Iglesia ha scritto, come sempre a quattro mani, con Jorge Guerricaechevarría lo script, ambientando la scoppiettante sequenza finale proprio nella famosa grotta delle streghe, autentica attrazione turistica per gli amanti del genere che ambissero a visitarla. Ed ecco comparire addirittura la raffigurazione gigantesca della Venere di Willendorf (che nella realtà è alta 11 cm e si trova in un museo archeologico austriaco), debordante nelle sue forme disgustose che richiamano (forse) l’idea ancestrale della maternità. Ma negli intenti del regista si può solo sorridere dei luoghi comuni che vogliono donne e uomini condannati alla eterna guerra dei sessi. Non ci sono vinti e tanto meno vincitori. Si gioca e si perde un po’ tutti. Il finale poi è addirittura consolatorio e molto si deve alla presenza scenica della formosa attrice compagna del regista, Carolina Bang, già protagonista de La Balada Triste. Al suo fianco tra le altre, la grande Carmen Maura riempie la scena da sola. La sua bravura è tale da consentirle di recitare in qualsiasi ruolo. Altrettanto va detto di Terele Pávez nei panni della vecchia terribile strega, che per la sua interpretazione ha ricevuto il Goya come Milgior Attrice non Protagonista.

Dario Arpaio

C

 

 

 



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