Strabiliante Il Pianeta delle Scimmie – Apes Revolution

Di , scritto il 01 Agosto 2014

1In principio fu Pierre Boulle. Dopo lo strepitoso successo del suo romanzo  Il Ponte sul Fiume Kwai e la relativa versione cinematografica del ’58, che si aggiudicò ben 7 Oscar, venne il tempo del Pianeta delle Scimmie. La nuova opera di Boulle, pubblicata nel ’63, divenne il soggetto dell’omonimo film di fantascienza firmato da Franklin Schaffer nel ’68. Celeberrima fu l’interpretazione di Charlton Heston e il film si aggiudicò pure una statuetta. Seguirono versioni su versioni della storia di Boulle, televisive e cinematografiche, fino al remake del 2001 firmato da Tim Burton. Poi si cominciarono a sciorinare prequel e sequel, e quant’altro possa venire in mente a Hollywood per coccolare e sfruttare le sue galline dalle uova d’oro e gratificare i tanti fan degli scimpanzè antropomorfi e del darwinismo inverso. Ora, per così dire, è venuto il tempo della scoperta, ovvero come diavolo hanno fatto le scimmie a prendere il sopravvento sulla disgraziata razza umana, peraltro vittima di se stessa, così come aveva ipotizzato Boulle, anche facendo affermare alle sue scimmie astronaute che l’uomo è troppo stupido per arrivare a scatenare l’inferno sulla Terra. Il regista Matt Reeves e l’équipe degli sceneggiatori hanno scelto e offerto con Apes Revolution una versione più che attendibile dei fatti e dei misfatti propri del Pianeta delle Scimmie. Mark Bomback, Amanda Silver e Rick Jaffa (gli ultimi due anche coproduttori del nuovo film e già coautori del precedente L’Alba del Pianeta delle Scimmie) pongono l’accento sulla ineluttabile tensione guerrafondaia degli umani, uguale e contraria a quella addirittura maturata anche dalle scimmie dopo i presunti 10 anni di pace seguiti alla battaglia del Golden Gate, che chiudeva il precedente film. La sceneggiatura va oltre, dando a Apes Revolution un taglio addirittura shakespeariano e altamente drammatico a una vicenda perciò non solo centrata su azione ed effetti speciali. La politica e i suoi veleni entrano a sconvolgere la bene ordinata comunità delle scimmie.2

 

Cesare, l’immenso Andy Serkin, è un capo scimpanzè lungimirante, amato e rispettato dal suo branco. Il suo comando è votato all’equilibrio, alla non violenza, al rispetto tra individui. Una scimmia non uccide un’altra scimmia. Quelle sono azioni di cui sono capaci solo gli umani, che lui ha ben conosciuto. Ma la gelosia e le trame di vendetta, mai sopite, scateneranno proprio il male che Cesare ha sempre cercato di rifuggire. Gli umani superstiti non saranno da meno. Sopravvissuti all’epidemia scatenata dall’eterna arroganza antropocentrica che ha pressocchè eliminato la loro presenza sulla Terra, tenteranno un’ultima disperata carta per eliminare la minaccia delle scimmie antropomorfe parlanti. Le chiavi di lettura di Apes Revolution sono, per certi aspetti, addirittura molteplici e forse vanno oltre le stesse intenzioni puramente filmiche di Matt Reeves. C’è chi riconosce nella vicenda i crismi che alimentano la tragedia che si svolge giorno dopo giorno nella striscia di Gaza in una guerra senza fine. Gli uni accusano gli altri e le vittime innocenti non si contano, ma soprattutto non sussiste il benchè minimo presupposto, tale da far sedere le parti intorno a un tavolo di pace e fissare i criteri di una reciproca convivenza. In Apes Revolution la guerra si potrebbe anche scongiurare e alcuni umani chiederanno e otterranno la fiducia di Cesare, ma in contraltare ci sarà chi tramerà per arrivare allo scontro, tradendo e uccidendo. Ognuno è libero di leggere il film e la storia come meglio ritiene. Reeves è come se affermasse che non esistono i buoni e i cattivi. Ciascuno è in grado di causare e alimentare sia il bene sia il male e le ragioni degli uni e degli altri arriveranno sempre a disperdersi inesorabilmente in eventi dagli effetti disastrosi.

Un plauso particolare va certamente agli effetti speciali e in particolare alla recitazione di Andy Serkis e compagni scimmieschi, il ‘traditore’ Toby Kebbel su tutti. La tecnica del motion capture si esprime in Apes Revolution a livelli davvero straordinari e impensati fino a qualche anno addietro, sebbene lo stesso Serkis abbia dato al Gollum di Jackson un’interpretazione al di là di ogni aspettativa. Quanta strada è stata fatta rispetto ai pur mirabili trucchi del film del ’68 e quanta ancora se ne prospetta all’orizzonte del nuovo cinema digitale. L’espressione facciale delle nuove scimmie, siano essi orangutan, gorilla o scimpanzè è davvero impressionante e vale da sola il prezzo del biglietto.

Dario Arpaio

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